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Michelangelo a Bologna: un viaggio nel genio con due gioielli dell’arte senese

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Due tesori senesi dialogano con il genio di Michelangelo a Bologna. La Madonna col Bambino di Jacopo della Quercia, custodita all’Oratorio di San Bernardino, e il Sangue del Redentore di Donatello, lunetta proveniente dalla chiesa di Santa Croce di Torrita di Siena, figurano tra i prestiti d’eccezione della grande mostra “Michelangelo e Bologna”, inaugurata a Palazzo Fava e visitabile fino al 15 febbraio 2026.

Due opere simboliche per la cultura artistica toscana che entrano in dialogo con la formazione bolognese di Michelangelo Buonarroti, nel 550esimo anniversario della nascita del maestro. Il percorso espositivo – promosso dalla Fondazione Carisbo e prodotto da Opera Laboratori – è curato da Cristina Acidini e Alessandro Cecchi della Fondazione Casa Buonarroti, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Bologna, dell’Università e dell’Accademia di Belle Arti.

Attraverso oltre cinquanta opere tra marmi, disegni, libri antichi e documenti, la mostra ricostruisce i due soggiorni bolognesi dell’artista: quello giovanile, tra il 1494 e il 1495, e quello maturo, tra il 1506 e il 1508. Due periodi diversi, ma entrambi decisivi per la sua evoluzione artistica.

Durante il primo soggiorno, Michelangelo – appena ventenne e ospite di Giovan Francesco Aldrovandi – entra in contatto con la scultura padana e con la lezione monumentale di Jacopo della Quercia. Da quell’esperienza nascono le tre statue per l’Arca di San Domenico, capolavori che segnarono la sua prima affermazione pubblica.

“Il giovane Michelangelo – spiegano i curatori Cristina Acidini e Alessandro Cecchi – trova a Bologna un laboratorio di idee e forme che ne orienteranno la carriera. L’incontro con la tradizione plastica toscana ed emiliana diventa la base per la costruzione di un linguaggio universale che segnerà la storia dell’arte”.

Il secondo soggiorno, nel 1506, vede invece Michelangelo chiamato da papa Giulio II per realizzare la grande statua bronzea destinata alla facciata di San Petronio. Un’opera oggi perduta, simbolo di un dialogo complesso tra arte e potere.

“Con questa mostra – commenta Beppe Costa, presidente e amministratore delegato di Opera Laboratori – vogliamo restituire il rapporto profondo tra Michelangelo e Bologna, un dialogo di civiltà e di linguaggi che unisce idealmente le città d’arte italiane, da Firenze e Siena fino all’Emilia”.

L’allestimento, curato da Opera Laboratori, propone un percorso immersivo che accompagna il pubblico tra scultura, pittura e documenti d’archivio. Accanto alle opere di Michelangelo compaiono quelle di Donatello, Ercole de’ Roberti, Francesco Francia, Lorenzo Costa e Amico Aspertini. In particolare, il Sangue del Redentore di Donatello – proveniente da Torrita di Siena – è posto in dialogo diretto con la Madonna della Scala di Michelangelo, evidenziando la continuità tra maestri e generazioni.

“Bologna – spiegano Patrizia Pasini e Renzo Servadei della Fondazione Carisbo – non è solo il luogo della mostra, ma parte del racconto stesso. Vogliamo che i visitatori riscoprano le tracce del Rinascimento bolognese nei luoghi della città: da San Domenico a San Petronio, fino all’Oratorio di Santa Cecilia”.

Nel segno dell’inclusione, l’iniziativa introduce anche il “biglietto sospeso”, che permetterà ai visitatori di donare un ingresso alle persone più fragili. Un gesto simbolico di condivisione che riflette lo spirito stesso dell’esposizione: unire arte, memoria e solidarietà.