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L’esame di berebennannà

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Ho insegnato all’Università per 45 anni, e in questo quasi mezzo secolo di docenza ho avuto studentesse e studenti che venivano da ogni dove. Con loro non parlavo certo di Palio o di Contrada, ma che ero senese lo sapevano tutti; che ero del Nicchio, anche questa era cosa nota, perché se Radio Maria arriva dappertutto, Radio Matricola non è da meno e dei docenti conosce vita, morte e miracoli che nemmeno i servizi segreti russi.
Nella Facoltà in cui ho insegnato c’erano studenti di Siena con i quali capitava di scambiare, nei corridoi o nel mio studio, qualche parola o qualche battuta su Palio e Contrade. Con quelle/i del Valdimontone c’era un accordo preciso: su questioni di Contrada c’è il diritto al reciproco vaffanculo free. Giuro che lo abbiamo applicato.
Poi, c’erano tantissimi non senesi. Molti erano indifferenti alla nostra cultura paliesca; altri non me lo dicevano ma mi facevano capire che gli si sembrava un branco d’imbecilli retrogradi. Me ne sono fatto una ragione senza eccessivi traumi.
Poteva, però, capitare che alcuni dei non senesi mi chiedessero qualcosa e a quelli che chiedevano, che volevano conoscere, non mi negavo a raccontare cos’è il Palio, cosa sono le Contrade. Ricordo che un giorno, prima di lezione, deliziai un gruppetto facendogli ascoltare la mitica cronaca del Palio di Tambus, quella del “è ‘l mi’ ognato! È ‘l Gratta della Giraffa!”. Loro risero da matti e dopo che finimmo di ridere insieme, gli spiegai come in realtà quella cronaca fosse importante perché era la narrazione di pancia e di cuore di un contradaiolo vero, viscerale. E gli feci una microlezione su come è stato raccontato il Palio: la tipologia delle cronache di Gigli, quelle di Frajese e così via.
Un giorno mi capitò che, a lezione, mentre stavo spiegando, dalle finestre spalancate entrasse in aula il suono dei tamburi del Montone. Una mia studentessa siciliana fece: “oddìo! Cos’è questo rumore?”. Rumoreeeee?? Rumoreeee? Sono i tamburi del Montone! Non è rumore! E’ musica! E a ruota: Lei all’esame mi porta il berebennannà.
Si arriva a giugno, la studentessa si siede per l’esame. Io le do due lapis e le dico: “allora, mi faccia il berebennannà”. Lei mi guarda interdetta con le due matite in mano: “ma io non so farlo”. “Ok, me lo faccia a voce”.
E lei comincia: “berebennannà”. “Ok, vada avanti”, “berebennannà”. “Sì, poi?”, “berebereberebere…” . “No, sbagliato, ricominci”. “Berebennannà, berebennannà, berannà…”. “Sbagliato, ricominci”.
Ci vollero circa sei tentativi prima che ne venisse fuori una sinopia di accettabile berebennannà. A quel punto, le dissi “Bene, ora cominciamo l’esame di Storia Medievale”.
So che l’ha riraccontato per anni. L’ho persa di vista purtroppo, qualche tempo dopo la laurea. Chissà se, ancora oggi, saprebbe rifare un accettabile berebennannà.

Duccio Balestracci