Documento di Economia e Finanza

Di quanto dovrebbero crescere i salari per recuperare il potere di acquisto perso negli ultimi cinque anni?

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È una delle domande che in molti si pongono, di fronte a scenari di inflazione crescente, continua incertezza, crisi energetica e proteste, da cui emerge un disagio economico dai molti volti, che non trova risposte concrete per affrontare il futuro.

Se ne è parlato nella puntata, andata in onda il 22 ottobre scorso, di Numeri, approfondimento di Sky TG24, 

Guardiamo, allora, i numeri emersi.

Negli ultimi cinque anni i prezzi, in media, in Italia sono aumentati del 22,3%. Una situazione non ordinaria, se teniamo conto dello storico dell’inflazione.

Una crescita dei prezzi importante, alla quale salari e stipendi reali dovrebbero allinearsi per consentire alle famiglie di acquistare lo stesso quantitativo di beni e servizi, necessario a mantenere il tenore di vita reale.

Come noto, però, non è così. In base ai dati Eurostat, dal 2000 ad oggi, i salari reali non si sono adeguati, anzi, sono diminuiti del 5,5%. Dato difforme dalla maggior parte dei Paesi dell’UE, in cui sono cresciuti, e in linea con Grecia e Olanda, in cui sono scesi.

Non troviamo numeri più confortanti confrontandoci con i dati OCSE: a inizio 2026 i salari reali in Italia risultano ancora circa il 6,1% inferiori rispetto ai livelli del 2021, dato che rappresenta il divario più ampio tra le grandi economie della zona OCSE.

In questa rubrica, da sempre segnalo come le ricadute sull’economia reale non possono essere ignorate. Purtroppo, la risalita dell’inflazione non fa scorgere nei prossimi mesi un’inversione positiva sulla rivalutazione di salari e stipendi, che sono fermi da decenni. E allora non possiamo attribuire le cause di questa situazione solo al carovita, perché parliamo di una distanza strutturale, rispetto ad altri Paesi che hanno risposto con politiche economiche e occupazionali differenti da quanto è accaduto in Italia.

È la diversa capacità dei sistemi economici di generare crescita e distribuirla attraverso i salari che può fare la differenza. Certo, va considerata anche la struttura produttiva di un Paese e la sua capacità di indirizzare il lavoro verso settori che remunerino i salari in maniera adeguata, che investano nella produttività, non in settori in cui i salari sono bassi e il lavoro è discontinuo.

Negli ultimi dieci anni abbiamo perso più di 300mila lavoratori qualificati, con un costo stimato per lo Stato di 7,2 miliardi di euro l’anno. Stimando il valore aggiunto potenziale non generato, la perdita sale a 10,7-11,4 miliardi di euro. Nel 2024 circa 45mila laureati hanno trasferito la loro residenza all’estero (Fonte: TEHA Group in collaborazione con Philip Morris Italia).

Sono molti i giovani che non trovano un’occupazione retribuita in maniera equa, che consenta di vivere con dignità, rispetto al costo della vita. Il lavoro part time è aumentato negli anni, non è di diminuito, e non a causa della conciliazione dei tempi della vita con l’occupazione.

Soprattutto chi si trova nella parte più debole del mercato del lavoro sta pagando le conseguenze di una crescita economica non sufficiente a rimuovere le disuguaglianze e a generare sviluppo economico per tutte le fasce della popolazione interessate e per le diverse tipologie di lavoro.

In buona sostanza, abbiamo stipendi più bassi rispetto all’Europa, che, nello stesso tempo crescono meno rispetto agli altri Paesi UE. Servono politiche economiche adeguate.

È tempo di dare risposte concrete e cambiare questi numeri.

Maria Luisa Visione