Lockdown: una parola che abbiamo cercato di dimenticare, che pensavamo di non dover vivere ancora nella nostra quotidianità.
Invece è tornata, questa volta nella versione energetica. Se ne sta parlando, tra allarmismi e suggestioni, ma cosa significa e quali scenari economici hanno riportato questo termine nelle nostre vite?
In sostanza, è il razionamento obbligatorio, per adesso soltanto ipotetico, dei consumi energetici di luce, gas ed elettricità. Un limite materiale diverso dal restare chiusi in casa come è accaduto durante la pandemia, che consiste nel limitare attività, consumi e servizi, con naturali conseguenze negative sull’economia reale.
L’espressione “lockdown energetico” comincia ad aleggiare nell’aria, timidamente, e serpeggia l’idea che si potrebbe trasformare in realtà, limitando la mobilità e dunque la libertà, oltre che la produzione di beni e servizi. Non sappiamo quanto sia davvero concreta questa idea, e soprattutto quali settori e persone potrebbero essere danneggiati, più di altri.
L’unico precedente nella storia è la crisi petrolifera del 1973, quando scattò una fase di emergenza a causa della riduzione delle esportazioni verso l’occidente di petrolio da parte dei Paesi arabi, con conseguente scarsità di energia, divieto di circolazione delle auto, riduzione dell’illuminazione pubblica e limiti al riscaldamento. Deve esserci, dunque, uno stato estremo di pericolo, che giustifichi interventi governativi che obbligano a ridurre i consumi di energia; deve esserci una situazione di crisi straordinaria.
E allora, la preoccupazione sale, dato che il commissario all’energia dell’UE Dan Jørgensen in un’intervista al Financial Times ha dichiarato che per alcuni prodotti “critici”, come carburante per aerei o diesel, “le cose potrebbero peggiorare nelle prossime settimane”.
Scenari di suggerimenti da attuare quali: ridurre l’uso di diesel e carburanti per l’aviazione, non spostarsi se non è necessario, incentivare il lavoro da casa, utilizzare trasporti pubblici e car sharing, abbassare i limiti di velocità, scoraggiare i voli e guardare alle alternative. Insomma, da parte dell’UE viene suggerita qualsiasi cosa che riduca il consumo di carburante.
In Italia la misura del taglio delle accise è stata prorogata fino al primo maggio 2026, intervento che guarda alla necessità di riportare il prezzo dei carburanti a un livello più basso di quello registrato con l’inizio del conflitto in Medio Oriente. Cosa diversa è attuare misure che riducano i consumi energetici in maniera naturale, come la gratuità dei trasporti pubblici decisa in Australia.
Tuttavia la paura sale, anche in altri Paesi come la Thailandia in cui le persone stanno cercando di diminuire l’utilizzo dell’aria condizionata in ufficio, ma nello stesso tempo sono in fila all’approvvigionamento di carburante per paura di restare a secco.
Allo stato attuale il “lockdown energetico” non c’è, né abbiamo evidenze di concrete decisioni in tal senso. La persistenza del conflitto aprirebbe, però, a nuovi scenari potenziali.
Cosa possiamo fare sapendo che è già accaduto di vedere l’impossibile diventare possibile durante la pandemia?
Migliorare l’utilizzo dell’energia riducendo sprechi e ottimizzando i consumi domestici, esigenza che si è già palesata, visto il repentino rialzo dei prezzi.
Si legge di restrizioni già adottate in Egitto con l’imposizione del coprifuoco alle 21.00 per locali e ristoranti, e riduzione dell’illuminazione pubblica; di emergenza nazionale in Zambia per l’aumento del prezzo del cherosene; di riduzione di quattro giorni della settimana lavorativa nelle Filippine; di limiti all’uso delle auto ai dipendenti pubblici in Corea del Sud. Tutte raccontano un’unica storia, e cioè che ci sono prove tecniche in giro. E ciò sta iniziando a spaventare anche quest’altra parte del mondo che si chiede perché ci sia sempre all’orizzonte qualche nuova crisi da affrontare.
Per adesso, però, ci auguriamo che “lockdown energetico” rimanga solo il titolo di un film da vedere al cinema e non da vivere.
Maria Luisa Visione