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Documento di Economia e Finanza

Torna lo spettro dell’inflazione. Quali scenari si affacciano a causa del conflitto in Medio Oriente?

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Il rialzo del greggio, conseguenza della guerra in Medio Oriente, ha toccato in una settimana +36%, innescando per tutti, e, in particolare per consumatori e risparmiatori, allarme su un eventuale scenario inflativo che potrebbe delinearsi nelle prossime settimane.

Pur non potendo, ad oggi, quantificare la perdita del potere di acquisto che potrebbe generare il conflitto in corso, l’idea che il prezzo di molti beni e servizi subirà un rialzo, si sta radicando in maniera generale.

Mentre prosegue la prospettiva del blocco navale sullo stretto di Hormuz, il Kuwait ha annunciato una riduzione precauzionale della produzione e della raffinazione del petrolio greggio (fonte: Il Guardian).

 Le prime ripercussioni dell’attuale situazione si sono avute sui carburanti e a farne le spese sono tutti gli automobilisti: benzina self e gasolio self ai massimi, in pochi giorni; rialzi dietro cui si paventano potenziali speculazioni. Dal momento che i carburanti forniti non sono stati acquistati nei giorni del conflitto, l’azione di tutela del Governo per contrastare fenomeni speculativi diventerà determinante. Naturalmente, l’estensione del conflitto può far aprire scenari diversi in questo momento, ma non consegna certezze sulle reali conseguenze. Di certo, se l’aumento del greggio dovesse innescare spinte inflazionistiche, allora, non possiamo escludere l’intervento delle Banche Centrali e un rialzo dei tassi di interesse per calmierare la situazione.

Quale soglia potrebbe far scattare interventi di stretta monetaria?

In base alle informazioni che abbiamo, la prima soglia potenziale di attenzione del prezzo del petrolio è quella di 100 dollari al barile, ma gran parte di analisti e trader sottolineano come sia la durata del conflitto l’elemento che potrebbe generare maggiore incertezza economica.

Inoltre, insieme a inflazione in aumento, l’attenzione va posta al pericolo di stagflazione, ovvero alla combinazione di alta inflazione e di bassa o nulla crescita economica, con la conseguenza di effetti sull’economia reale. Ed è questo il pericolo più grande, un’eventuale recessione con l’esito di perdita dei posti di lavoro e di aumento della disoccupazione. L’ipotesi di stagflazione presuppone un blocco della produzione dell’economia reale e uno scenario complesso per il controllo dei tassi di interesse da parte delle Banche Centrali, sapendo che il rialzo dei tassi pur rallentando il fenomeno inflativo non stimola l’economia, anzi, impatta negativamente sugli investimenti.

Nell’attesa che lo scacchiere internazionale si muova per mantenere i propri fornitori, nel nostro Paese, nell’immediato, pesa la paura di nuovi aumenti del costo della vita. L’Istat aveva certificato un aumento dell’1,6% dell’inflazione su base annua nel mese di febbraio. Ma adesso tutto potrebbe cambiare, anche se non abbiamo ancora dati che indicano una rapida escalation sul carrello della spesa e sui beni energetici, come abbiamo visto nel 2022-2023.

I mercati finanziari non sembrano temere le guerre, ma temono di certo recessione e inflazione.

Quindi, è un buon momento per un monitoraggio attento del proprio portafoglio di investimento, per verificare la corretta correlazione tra gli obiettivi di vita e gli orizzonti temporali di investimento, e il grado di diversificazione efficiente presente.

Rispetto alla vita quotidiana, invece, monitorare il conto economico è, in questo momento necessario e utile. Come sempre consiglio di farlo mensilmente, avendo un Fondo di riserva che stabilizzi l’equilibrio tra entrate e uscite, evitando che una crescita dei consumi o una riduzione dei redditi, inattesi, possano innescare deficit.

In sostanza, riportiamo alla razionalità le nostre decisioni finanziarie, senza farci prendere dal panico.

Maria Luisa Visione