Viviamo in un Paese in cui le disparità di genere rimangono profonde.
Di fatto, è risaputo, e anche quando escono dati importanti di conferma che dovrebbero far pensare a come agire, come quelli del terzo rendiconto di genere del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps, l’atteggiamento generale rimane distaccato.
Eppure, si tratta di numeri reali con cui milioni di donne vivono e fanno i conti ogni giorno.
Il rendiconto del CIV Inps 2025 li enumera in maniera asettica, e leggendoli, nel comprendere l’impatto significativo dello sbilanciamento di genere esistente in Italia, risulta evidente che la questione di genere su tematiche fondamentali come il lavoro, lo stipendio, le tutele sanitarie e assistenziali, la vita familiare e il ritiro dal lavoro, è radicata e strutturale. Squilibrio che nasce fin dalla prima assunzione e che poi, nel tempo, non si ricompone, ma si amplia, con la conseguenza ultima di non proteggere il tempo della pensione delle donne. Un tempo, quello del pensionamento, in cui le vulnerabilità aumentano e le azioni da fare rimangono limitate, non avendo provveduto prima.
Vediamoli questi dati. Al primo gennaio del 2025, la percentuale delle donne sugli uomini in termini di numerosità su una popolazione di 58.943.464 abitanti è del 51,1% contro il 48,9%. Si conferma la tendenza negativa del saldo naturale tra nascite e decessi, iniziata dal 2000 e diventata consistente dal 2020 in avanti. Il calo delle nascite avviene costantemente dopo il boom demografico degli anni Sessanta. L’età media delle donne al parto si è spostata in avanti e, dal 1954 al 2024, è aumentata di circa 6 anni.
Vivono sempre in famiglia, nella fascia di età compresa tra i 18 e i 34 anni, 6.485.000 giovani, ovvero l’11% della popolazione. I single si portano a 9.562.000 e le coppie senza figli a 5.537.000 verso 7.873.000 coppie con figli. Cambiamenti sociologici che vedono nascere nuove tipologie di famiglie e necessità diverse.
Sul tema istruzione, nonostante gli studenti maschili iscritti alle scuole superiori siano più numerosi, sono le studentesse ad avere un tasso di completamento del percorso di studi più elevato. Anche rispetto ai percorsi di laurea la percentuale maggiore di laureati è femminile.
Entriamo adesso nei dati che riguardano il lavoro. Il tasso di occupazione femminile è del 53,3%; quello maschile è del 71,1%. Esattamente 17,8 punti percentuali di differenza. Tradotto: più donne che lavorano meno. Sulle nuove assunzioni, la percentuale delle donne è addirittura del 42,2% rispetto al totale. I contratti stabili sono per le lavoratrici femminili solo il 36,7% del totale. Mentre, se guardiamo al lavoro part time, allora la situazione si ribalta: le donne rappresentano il 67,2% di tutti i lavoratori part time. Traduciamo: Si tratta sempre di lavoro part time volontario? Sembra proprio di no (13,7% delle lavoratrici in condizione di part time involontario, contro il 4,6% degli uomini). Quindi si lavorano meno ore non perché è quello che si desidera ma perché è ciò che offre il mercato. Più donne in situazioni di instabilità economica. E se nelle tipologie contrattuali più stabili la percentuale dei dipendenti uomini supera quella delle donne, è proprio nei lavori precari che, invece, accade il contrario. Il tasso di inattività delle donne è di 18 punti percentuali superiore a quello degli uomini.
Rispetto ai contratti a tempo indeterminato abbiamo solo il 21,8% delle donne nella funzione di dirigente contro il 78,2% degli uomini. Tra i quadri, le percentuali sono: 33,1% per le donne e 66,9% per gli uomini.
Traduzione: minori opportunità di carriera e minori tutele per le donne, fin nel tempo presente. Tutele che, di riflesso, saranno minori anche in futuro, perché il futuro economico dipende dai contributi effettivamente versati durante l’attività lavorativa. E poi, tutele come strumenti di conciliazione, maternità non previste o poco rilevanti per le lavoratrici autonome in ambito di protezione sociale.
Il rapporto continua con altri numeri che riguardano le tutele all’interno della famiglia. Ma fermiamoci qua e tiriamo le conclusioni.
In sostanza, le retribuzioni medie sono, in genere, sempre più basse per le donne, in qualsiasi settore e i ruoli apicali riguardano ancora una percentuale femminile limitata. Nonostante i dati dicano che la loro preparazione scolastica e universitaria sia superiore.
Quando racconto i numeri spesso si afferma: “Ma bisogna vedere le fonti”, “Non è sempre così”, “Le cose sono cambiate”.
Allora dico: guardiamoci intorno e valutiamo con oggettività. Perché la domanda delle domande rimane sempre la stessa e ancora non ho ricevuto una risposta chiara.
Ed è: In quale società e con quale modello economico vogliamo vivere? Un esempio per tutti: solo Umbria, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta accolgono in asilo nido 45 posti ogni 100 bambini sotto i tre anni. E se la rete di asili nido non basta, rimane il congedo parentale. Interruzioni lavorative e nuove mancanze di tutele.
Perché non dimentichiamo mai che il futuro dipende dal presente.
Maria Luisa Visione