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Buon 2026, Siena!

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Ci sono anni che finiscono senza chiudersi davvero. Il 2025 è, forse più di sempre, uno di questi.
Si è portato dietro domande, attese, inquietudini che Siena conosce bene e che non si sono dissolte allo scoccare della mezzanotte. Anzi. In certi casi si sono fatte più nette, più esigenti. È stato un anno in cui la parola “futuro” è tornata spesso nei discorsi pubblici, ma quasi mai accompagnata da certezze. Il dossier Mps–Mediobanca, per esempio, ha continuato a rappresentare molto più di una partita finanziaria: è rimasto il simbolo di un legame profondo e irrisolto tra questa città e il proprio destino economico. Siena osserva, ascolta, aspetta. E nel frattempo continua a chiedersi quanto delle decisioni che la riguardano vengano davvero prese pensando a chi qui vive e lavora.

Il lavoro, appunto.
Il 2025 ha lasciato ferite aperte. Le crisi industriali, da Beko a Paycare, hanno riportato al centro una realtà che spesso si tende a rimuovere: la fragilità occupazionale non è un’eccezione, ma una condizione sempre più diffusa. Dietro ogni vertenza ci sono famiglie, competenze, vite sospese. E c’è una comunità che rischia di abituarsi all’idea che la precarietà sia la normalità.

Il caso Giomi, con tutto il suo carico umano e sociale, ha fatto emergere un’altra verità scomoda: non basta parlare di eccellenze, di attrattività, di sviluppo, se poi mancano tutele solide per chi resta indietro. Una città è forte non quando non cade mai, ma quando sa farsi carico delle proprie fragilità senza voltarsi dall’altra parte.

Eppure Siena, anche nel 2025, ha continuato a reggere.
Lo ha fatto spesso in silenzio, senza clamore, con quella capacità tutta sua di tenere insieme tradizione e quotidianità, orgoglio e fatica. Ma il silenzio non va scambiato per rassegnazione. È, semmai, una richiesta di ascolto. Di attenzione vera.

Spesso dico che sono nata, vivo e lavoro dove il resto del mondo viene in vacanza: è la verità, siamo un angolo di mondo privilegiato e vorrei che questo lasciassimo a chi verrà dopo di noi perché abbiamo una enorme responsabilità: essere consapevoli che questo per noi è un dono che non ci appartiene, noi apparteniamo a questi luoghi e dobbiamo tramandare la bellezza, non la brutalità, non la pochezza, non il pettegolezzo. Servono maturità e coraggio per comprendere che dal basso nascono i movimenti davvero rivoluzionari.

Anche in questo contesto, il giornalismo non è un accessorio. È una responsabilità.
Non un megafono, non un tribunale, non un esercizio di stile. Raccontare Siena significa tenere accese le luci anche quando la scena è scomoda, fare domande quando sarebbe più facile voltarsi altrove, ricordare i fatti quando la memoria rischia di diventare corta. Significa stare dentro la comunità, non sopra.

Viviamo un tempo in cui perfino le parole possono essere generate, replicate, imitate. In cui la tecnologia rende tutto più veloce, più fluido, forse anche più ambiguo. Ma la vera domanda non è chi scrive. È per chi si scrive. E con quale responsabilità. Le parole contano ancora, se restano ancorate ai fatti, alle persone, alle conseguenze.

Il 2026 si apre così: non come l’anno delle risposte facili, ma come l’anno delle domande necessarie. Quelle che chiedono tempo, competenza, coraggio. E anche fiducia: nei tempi sospesi questa è la parola che prende un valore assoluto (Treccani l’ha inserita come parola del 2025, peraltro). Quelle che non si risolvono con un titolo, ma che meritano di essere raccontate fino in fondo.

Siena News continuerà a farlo. Anche quando è scomodo. Anche quando è più facile tacere. E ci auguriamo di avere ancora a lungo la vostra fiducia.

Auguri a tutti voi!

Katiuscia Vaselli