Firenze, sessant’anni dopo l’alluvione. Mattioli: “Spalavamo il fango, ma continuava ad arrivare. E questa storia ci ha insegnato poco”

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Aveva vent’anni, studiava educazione fisica a Firenze e, quando l’Arno sommerse la città, partì con altri ragazzi per liberare dal fango le palestre in cui si allenavano.

Sessant’anni dopo, il giornalista senese Augusto Mattioli ricorda ancora la fatica, l’acqua arrivata al primo piano delle case e il silenzio delle comunicazioni interrotte. Era il 4 novembre 1966: Firenze viveva una delle pagine più drammatiche della sua storia.

Mattioli raggiunse la città nei giorni immediatamente successivi all’alluvione e trascorse una giornata a spalare fango insieme ad altri studenti dell’Istituto superiore di educazione fisica. Un’esperienza breve, ma rimasta impressa nella memoria. E oggi, a sessant’anni di distanza, il suo racconto diventa anche una riflessione su quanto l’Italia abbia imparato, o non imparato, da quella tragedia.

Partiamo da quei giorni. Quando andò a Firenze e con chi era?

“Andammo un paio di giorni dopo l’alluvione, forse due o tre, non ricordo esattamente. So che il 4 novembre ci fu un gran caos. Tra l’altro avevo una parente a Firenze e non riuscivo nemmeno a contattarla. All’epoca frequentavo l’ISEF, l’Istituto superiore di educazione fisica, a Firenze. Avevamo le palestre in via di Ricorboli, proprio vicino all’Arno, scendendo da Piazzale Michelangelo. Non ricordo come nacque l’idea, ma decidemmo di andare in diversi a spalare il fango proprio nelle nostre palestre”.

Che situazione trovaste?

“La cosa che ricordo meglio è che spalavamo il fango da una parte e quello continuava ad arrivare dall’altra. Fu una faticata enorme, nonostante avessi vent’anni. Eravamo tutti ragazzi abituati a fare attività sportiva, quindi fisicamente preparati, ma fu comunque una fatica tremenda. Ricordo anche che, a un certo punto, spinto dalla curiosità, attraversai un ponte sull’Arno per vedere cosa fosse successo dall’altra parte”.

E cosa vide?

“Una situazione davvero drammatica. La cosa che mi impressionò di più fu vedere fin dove era arrivata l’acqua: aveva raggiunto il primo piano delle abitazioni. Mi fece una grandissima impressione. Pensai a quanto dovesse essere stato terribile per le persone che vivevano in quelle case. Fu un’esperienza di una sola giornata, ma la ricordo benissimo. Sono cose che non si dimenticano”.

Quanti eravate nelle palestre? E perché decideste di intervenire proprio lì?

“Eravamo ragazzi del corso di educazione fisica, alcuni anche atleti. Non ricordo il numero preciso. Fu abbastanza naturale andare a dare una mano, anche perché quelle palestre erano fondamentali per la nostra attività. Recuperarle significava poter riprendere lo studio e soprattutto le lezioni pratiche. Ci facevamo ginnastica artistica e altre discipline. Sentivamo che dovevamo contribuire a rimetterle in condizioni di essere utilizzate”.

Quanto tempo rimaneste a spalare il fango?

“Un giorno soltanto. Per questo, quando penso agli Angeli del fango, penso soprattutto a quelli che rimasero a Firenze e lavorarono tantissimo. Furono bravissimi. Io ho fatto davvero poco in confronto: ho tolto un po’ di fango, anche se magari continuava ad arrivare dall’altra parte. Però sentii il bisogno di esserci e di dare una mano”.

Ha ricordato una parente che viveva a Firenze. Riuscì a mettersi in contatto con lei?

“Abitava in via dei Mille e, per quanto ricordo, lì l’acqua non era arrivata. Il problema erano le comunicazioni. Si provava a telefonare, ma i telefoni erano bloccati. Non era facile sapere cosa stesse succedendo e come stessero le persone”.

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Mattioli è anche un fotografo…

“No, non scattai fotografie. Non ricordo nemmeno se all’epoca avessi una macchina fotografica, forse una piccola, ma quel giorno non la portai. Mi sono rimaste impresse, invece, alcune fotografie che vidi successivamente nella redazione dell’Unità, con cui avrei collaborato. Erano immagini realizzate da Red Giorgetti, un grandissimo fotografo, che aveva documentato l’alluvione con servizi meravigliosi”.

Ricorda uno scatto in particolare?

“Non saprei indicarne uno preciso. Ricordo soprattutto le immagini di Firenze completamente invasa dall’acqua. Quelle fotografie erano testimonianze importantissime di ciò che era accaduto. Mi colpirono molto e non le ho dimenticate”.

Sono passati sessant’anni dal 4 novembre 1966. Qual è la riflessione che le viene da fare oggi?

“Penso che quell’alluvione abbia insegnato poco, fondamentalmente. Negli anni successivi ci sono stati tanti altri episodi drammatici legati al maltempo e ci è voluto molto tempo per capire cosa si dovesse fare per limitarne i danni. Ricordo anche le polemiche che ci furono allora e le discussioni sul numero delle vittime”.

Quanto è attuale quella lezione?

“Le riflessioni devono riguardare soprattutto l’attualità. Oggi c’è il cambiamento climatico, ma certe domande avremmo dovuto porcele già allora. Nel 1966 non si parlava di cambiamento climatico come oggi, ma eventi drammatici ce n’erano già. Non fu colpita soltanto Firenze: ricordo benissimo anche le campagne del Grossetano invase dall’acqua. Era una situazione terribile. E bisogna ricordare che allora non c’erano i telefonini, molte persone non avevano nemmeno il telefono in casa e le informazioni erano molto più limitate. Anche questo rendeva tutto più difficile”.

Marco Crimi