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Guerra del Golfo, Verzichelli: “L’Italia ha una posizione tragicomica”

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Professore, partirei dalla giornata di sabato: perché questa mossa da parte degli Stati Uniti di Trump e dell’Israele di Netanyahu?

“In qualche misura è sempre possibile rispondere che è difficile spiegare razionalmente le scelte di governi che stanno andando verso una gestione sostanzialmente autocratica. Nell’autocrazia e nel rifiuto delle regole del diritto internazionale c’è sempre qualche elemento di irrazionalità, se non di pazzia, almeno dal mio punto di vista naturalmente. Però direi che era abbastanza prevedibile un’azione, date le condizioni che si stavano realizzando. Da un certo punto di vista, non dico che sia più legittimata, ma in qualche misura è più comprensibile la paura del governo di Israele di chiudere subito i conti con un regime chiaramente ostile, che rappresenta una minaccia permanente per la stessa sopravvivenza di Israele. Nel caso dell’amministrazione Trump, invece, ci sono altri tipi di calcoli, che hanno probabilmente a che vedere con il bisogno di continuare questa linea di maschilismo istituzionale, con il bisogno di recuperare consenso. Trump non sta vivendo un momento facile a livello di opinione pubblica interna e probabilmente c’è anche l’idea di far vedere, nel momento in cui tutti gli altri sono impegnati su altri fronti, la Russia in particolare sul fronte ucraino, che gli Stati Uniti restano quelli che guidano l’azione”.

Come si spiega invece la reazione dell’Iran, che ha colpito basi americane ma anche obiettivi nei Paesi del Golfo, lambendo persino l’Europa?

“Anche questo è un elemento che ci fa capire come la ricerca di una razionalità completa, sinottica, nelle scelte di governi totalmente schiavi della loro follia sia, da parte nostra, una ricerca del tutto velleitaria. Cosa pensano di ottenere allungando la propria sopravvivenza bombardando in maniera, per così dire, random siti dove ci sono anche potenzialmente civili e segmenti di popolazione non ostili all’Iran stesso? Tutto questo ha una logica tristemente irrazionale. Tuttavia, anche in questo caso si possono fare delle congetture. La prima è quella di cercare di dimostrare che “siamo vivi”. A una logica di machismo si risponde con una logica di machismo; alla logica di potenza si risponde con una logica di potenza. Più si riesce a sparare lontano un drone o un razzo, più danni si fanno simulando una capacità di resistenza o di persistenza nella guerra totale, più si pensa di impressionare l’opinione pubblica”.

Le truppe israeliane sono entrate in Libano. Dove può fermarsi questo conflitto?

“Fare previsioni è estremamente difficile. Certamente, se non si chiude subito la situazione con una sorta di knock-out tecnico del regime, e questo, in qualche misura, è il goal, l’obiettivo dichiarato soprattutto di Trump quando utilizza certe espressioni che di per sé sono francamente inaccettabili, come “li stiamo massacrando”, “siamo noi sul campo”, “non escludo che entriamo sul campo per distruggerli”, se non si arriva a una soluzione drastica, che ovviamente farebbe rabbrividire ma che avrebbe almeno il vantaggio di fermare la violenza in pochi giorni, allora lo scenario potrebbe diventare molto più problematico. Se si arrivasse a una soluzione rapida e definitiva, lo scenario potrebbe essere relativamente, metto “relativamente” tra molte virgolette, sopportabile dal punto di vista dei danni globali. Altrimenti si andrebbe verso una nuova guerra che non avrebbe però le caratteristiche di una guerra frontale tra due Paesi relativamente isolati dal contesto. Non sarebbe come l’aggressione dell’Ucraina. Si rischia, temo, una guerra che infiamma l’intero Medio Oriente e che produrrà danni anche nel mondo occidentale”.

Qual è il ruolo di Russia e Cina?

“La Russia credo che, nel momento in cui ha sviluppato le proprie strategie dal 2022 in poi sul fronte occidentale, abbia messo in conto una certa distrazione rispetto ai suoi tradizionali alleati. L’abbiamo visto in Siria e lo stiamo vedendo ora in Iran. Non sono uno specialista di questi rapporti, quindi riporto anche ciò che leggo, ma credo che la Russia stia cercando di ricostruire un proprio ruolo nei confronti dell’Europa, cercando di mettere sotto pressione l’Unione Europea e, più in generale, i Paesi europei. La Cina, invece, rappresenta un potenziale elemento di disturbo per l’operazione statunitense e israeliana. Si è attivata immediatamente sul piano diplomatico. Non so quanto possa farlo dal punto di vista strategico-militare, ma certamente sul piano diplomatico è intervenuta. Dal punto di vista fattivo, credo che la Cina sia il Paese che può aiutare di più gli elementi del regime. Forse è meno vicina ideologicamente, ma certamente cercherà di prolungare la resistenza dell’élite del regime teocratico”.

Che sfida rappresenta tutto questo per l’Europa? E per l’Italia?

“Le dichiarazioni dei governi europei rappresentano tutte, in qualche misura, il tentativo di prendere tempo, ma sono dichiarazioni subordinate a una situazione di sostanziale isolamento dell’Unione Europea. Ed è un isolamento che dipende anche dalle scelte dei governi europei, che continuano ad agire in ordine sparso. L’Unione Europea ha oggi un problema di reinvestimento nella difesa, il famoso “riarmo”, parola che considero sbagliata, ma che rappresenta ormai un obiettivo che diventa quasi obbligato. Macron, da questo punto di vista, ha un vantaggio: la Francia è una potenza nucleare, a prescindere dall’Unione Europea. Tuttavia, come gli ricorda lo stesso Trump, politicamente Macron ha i giorni contati. Allo stesso tempo, Paesi molto diversi tra loro ma storicamente allineati all’Occidente, come Regno Unito e Germania, mostrano una certa debolezza sul piano della politica estera. La posizione dell’Italia, e qui parlo a titolo personale, è tragicomica. L’Italia non ha voce in capitolo. Al di là della situazione imbarazzante in cui si è trovato il ministro Crosetto e delle tensioni interne alla maggioranza, anche senza questi episodi la situazione non sarebbe diversa”.

Il regime iraniano può crollare?

“Indubbiamente questa spallata può produrre un cambiamento. Non sarà facile e non sono particolarmente ottimista sulla fine di questo terribile regime. Anche qualora si arrivasse a un crollo, non è affatto detto che il cambiamento sarebbe realmente profondo. È difficile immaginare che i cosiddetti “volenterosi” dell’opposizione o le figure più moderate possano davvero costruire una transizione ordinata. Così come mi pare molto difficile immaginare un ritorno al passato, con un ripristino della monarchia legata alla famiglia dello Shah. Sarebbe una sorta di reloading del vecchio autoritarismo che ha preceduto la teocrazia. Lo scenario più verosimile, a mio parere, è un lento appassimento della teocrazia, un processo che questa operazione potrebbe accelerare, seguito da un regime ibrido, con fazioni interne in conflitto tra loro, che possano aprire uno spazio limitato di pluralismo”.

Marco Crimi