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In un mondo dove i social portano a fare meno sesso, il difetto è diventato l’ultimo afrodisiaco

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“I social fanno fare meno sesso”. Detta così, sembra una provocazione da bar per accendere una discussione e dividere il pubblico tra moralisti, cinici e apocalittici digitali. Eppure, proprio nella sua crudezza, questa formula contiene una verità che merita di essere osservata senza ipocrisie. Non perché i social abbiano cancellato la sessualità in senso letterale, ma perché hanno progressivamente svuotato il terreno psicologico su cui il desiderio nasce, cresce e si traduce in incontro. Ci hanno resi più esposti, più connessi, più performativi. Ma non per questo più vicini. Anzi. In molti casi, il risultato è opposto: più immagini, meno contatto, più possibilità apparenti, meno coraggio reale, più accesso ai corpi, meno intimità.

Il punto non è moralistico. È psicologico e, in parte, strategico. I social non hanno cancellato il desiderio: ne hanno cambiato la struttura. Lo hanno spostato dalla realtà all’immagine, dalla presenza alla prestazione, dal corpo vissuto al corpo mostrato. In questo passaggio abbiamo perso qualcosa di essenziale: la capacità di desiderare l’altro come persona e non come contenuto. Questo è un disagio diffuso: quello di una generazione cresciuta dentro gli algoritmi, convinta di avere più occasioni e invece spesso più paura, più ansia, più senso di inadeguatezza. Non siamo di fronte a una semplice evoluzione dei costumi. Siamo dentro una mutazione affettiva.

 

 

Oggi il desiderio viene continuamente sollecitato, ma raramente si traduce in esperienza reale. Siamo esposti a un flusso costante di volti perfetti, corpi levigati, vite filtrate. La chirurgia estetica, i ritocchi digitali, l’intelligenza artificiale e gli stessi codici visivi delle piattaforme stanno imponendo un modello di bellezza standardizzato, quasi artificiale. Il difetto, che un tempo rendeva un volto umano, distinto, memorabile, viene trattato come un errore da correggere. E così l’imperfezione smette di essere un tratto identitario e diventa una colpa.

Qui si produce una frattura psicologica decisiva. Le persone non si guardano più con occhi umani, ma con occhi algoritmici. Si valutano, si confrontano, si sentono costantemente sotto esame. La domanda non è più soltanto “piacerò o non piacerò?”, ma “come faccio a competere?”. È una domanda devastante, perché trasforma la relazione in mercato e il corteggiamento in selezione competitiva. Quando si interiorizza questa logica, l’altro non è più qualcuno da incontrare, ma un premio da conquistare in mezzo a una concorrenza infinita.

Molti uomini vivono questa dinamica come una sconfitta preventiva. Si percepiscono schiacciati da un immaginario in cui ogni donna desiderabile sembra circondata da alternative migliori, da profili più belli, più sicuri, più visibili. Il ragazzo normale, quello reale, quello che una volta si faceva conoscere nel tempo e nella prossimità, oggi si sente fuori mercato prima ancora di iniziare. E così si ritira. Non per assenza di desiderio, ma per eccesso di confronto.

Anche le donne, però, sono intrappolate nello stesso meccanismo, seppure in modo diverso. Da una parte subiscono una pressione estetica crescente, che trasforma il corpo in un progetto infinito di correzione e ottimizzazione. Dall’altra vengono spinte dentro una contraddizione permanente: essere libere, esposte, sicure di sé, ma allo stesso tempo restare entro i confini di un giudizio sociale che continua a punire ogni deviazione. È un doppio vincolo che consuma energie psichiche enormi. La libertà promessa dal digitale spesso si rivela una libertà sorvegliata, fragile, condizionata.

In questo contesto cresce la parasocialità, cioè il rifugio in forme di relazione surrogate, controllate, unilaterali. OnlyFans è solo il caso più evidente. Non è soltanto pornografia: è spesso il tentativo di simulare un’intimità senza dover affrontare il rischio dell’incontro reale. Una compagnia a pagamento, prevedibile, governabile, che riempie il vuoto lasciato da relazioni sempre più difficili. È una soluzione psicologicamente comprensibile: niente rifiuto, niente imbarazzo, niente esposizione autentica. Ma è anche il segno di una regressione emotiva. Perché il desiderio vero vive di incertezza, vulnerabilità, presenza. Non di controllo totale.

Il paradosso è evidente. Mai come oggi abbiamo avuto accesso a così tanti volti, così tanti corpi, così tante occasioni apparenti. Eppure mai come oggi sembrano crescere l’ansia sociale, la paura del rifiuto, la difficoltà di esporsi davvero. Così il sesso, e prima ancora la seduzione, smettono di essere un’avventura umana e diventano una funzione dell’autopercezione. Se mi sento inadeguato, non mi espongo. Se penso di essere in competizione con un esercito di corpi migliori, rinuncio. Se immagino l’altro come un giudice e non come una persona, mi blocco. Il risultato è sotto i nostri occhi: più eccitazione visiva, meno intimità reale. Più immagini erotizzate, meno eros.

I social non ci hanno tolto il sesso in sé, ci hanno tolto le condizioni psicologiche che lo rendono possibile come esperienza autentica. Hanno svalutato l’imperfezione, amplificato il confronto, reso il rifiuto insopportabile e l’incontro troppo rischioso per una soggettività ormai abituata a nascondersi dietro uno schermo. La vera ribellione, allora, tornare a considerare il corpo non come una vetrina, ma come una presenza. Accettare che il desiderio nasce nell’irregolarità e riconoscere che i nostri difetti, in un mondo di avatar perfetti, non sono un problema da eliminare ma forse l’ultima prova del fatto che siamo ancora umani. Per questo, in fondo, il difetto resta l’ultimo afrodisiaco.

Dott. Jacopo Grisolaghi

Psicologo, Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Psicologia, Sessuologo, PsicoOncologo
Ricercatore e docente del Centro di Terapia Strategica di Arezzo
Professore a contratto Università degli Studi eCampus e Università degli Studi Link di Roma

www.jacopogrisolaghi.com @dr.jacopo.grisolaghi