I volti coperti, la paura per amici e familiari, la rabbia per il silenzio che da giorni chiude – senza comunicazioni e internet oscurato – l’Iran in una bolla di terrore e terrorismo: i contorni della manifestazione organizzata oggi a Siena dagli iraniani all’estero – oggi poco meno di un centinaio arrivati da Siena e provincia – sono questi. Giovani scappati dall’Iran che oggi raccontano, a chi ancora non lo sapesse o soprattutto no volesse sapere, cosa sta accadendo con il regime degli ayatollah negli ultimi giorni come negli ultimi (quasi) cinquant’anni di storia di quello che fu il glorioso Paese della Persia. Giovani che raccontano qui, con le manifestazioni per cui rischiano molto, e in Iran anche con la vita, cosa significhi la mancanza di libertà.
“La nostra è una testimonianza, una dichiarazione, un racconto di ciò che sta succedendo ora in Iran – ci racconta uno dei manifestanti che per ovvi motivi lasciamo in forma anonima – . Come sappiamo tutti, da oltre 45 anni c’è questo regime che sta uccidendo la gente, tutti quelli che hanno qualcosa da dire, qualcosa da chiedere. I bambini sono morti, la gente è morta, i miei amici. Chi va lì e dice qualcosa viene ammazzato, viene soppresso. Ogni volta però la gente non resta ferma: cominciano a migliorare, a diventare più forti, più coraggiosi. Stavolta quello che è successo… qualcuno mi ha chiesto: “Ma sai qualcosa della tua famiglia?”. No, perché da più di dieci giorni il regime ha bloccato internet e tutte le chiamate telefoniche. Quindi io non so cosa sta succedendo alla mia famiglia, ai miei amici, a tutti i miei compatrioti, ai miei concittadini. Ho i genitori e fratelli e sorelle a Teheran, non ho loro notizie da giorni”.
I numeri che abbiamo tutti sono quelli dei media internazionali che parlano di oltre dodicimila persone uccise solo negli ultimi dieci giorni. e tu sei qui da solo?
“Non so cosa stia succedendo, potrebbe esserci anche la mia famiglia, potrebbero esserci i miei amici tra le vittime. Si, io sono qui da solo. Sono uscito da quel Paese dopo la laurea. A un certo punto ho detto: io non ce la faccio più. Vorrei andare avanti, ma non me lo permettono, perché io non sono cugino di qualcuno, quindi non posso andare avanti. Allora ho detto: dammi il passaporto e io vado via, perché non posso restare qui a distruggere tutta la mia vita”.
Quindi cosa è successo?
“Mi hanno detto: vuoi il passaporto? Sei un ragazzo, devi fare per forza due anni di servizio militare. Mi hanno obbligato a farli. Dopo che è finito il servizio militare ho preso il passaporto e ho detto: provo un’ultima volta. Mi sono trovato un lavoro, sono andato lì, ma alla fine è sempre la stessa storia. Non potevo affittare una casa, avevo sempre difficoltà davanti alla mia famiglia, davanti ai miei amici. Anche loro avevano gli stessi problemi. A quel punto ho deciso di uscire dal mio Paese, dove sono nato, dove ci sono i miei amici, dove ho le mie radici, da dove vengo. È veramente troppo difficile. Oggi ho 32 anni e sono in Italia da sette”.
Qui comunque hai un lavoro, stai riuscendo a costruirti una vita?
“Sì, vivo qui e ho un lavoro”.
C’è qualcosa che vorresti dire all’Italia in questo momento?
“Sì. Ultimamente ho visto tantissima gente che scende in strada, italiani, che urlano per la pace e per la libertà dei cittadini di altri Paesi. Ma quello che voglio dire è questo: i miei cittadini, i miei compatrioti… noi non siamo considerati umani. Non sapete che stanno uccidendo tutti i miei amici, la mia famiglia, tutta la gente. Perché siamo fermi? Perché non diciamo qualcosa? Se abbiamo questa opportunità, se siamo un Paese libero, se viviamo in un mondo libero in cui qualcuno può dire quello che vuole, perché siamo silenziosi? Perché non parliamo del fatto che da 45 anni succede questo alla mia gente, al mio popolo? Perché? Arrivate, fatevi sentire, perché arriva un momento in cui sarà troppo tardi. E quando diventa troppo tardi, non sarà più tardi solo per noi, sarà tardi per tutti. Io quello che voglio, quello che sogno in questi giorni, è vedere voi, che avete i media, tutto il popolo, tutti i cittadini dei Paesi liberi, urlare per aiutarci. Aiuto, aiuto“.
Katiuscia Vaselli