La notizia che la cucina italiana dal dicembre 2025 sia entrata a far parte del patrimonio immateriale Unesco, cioè quei beni che occorre preservare perché siano trasmessi alle future generazioni, ci ha riempito di orgoglio e di gioia. Ma dietro tutto questo esistono alcune riflessioni che mi pongo e a cui non so dare risposta. La prima è chi continuerà a catalogare i piatti che fanno parte della cucina italiana, dopo Pellegrino Artusi? L’altra invece, è quella che mi preme di più: chi sarà il custode di questi tesori? E questa urgenza mi torna proprio in occasione della Sagra della Val d’Arbia a Buonconvento, che si tiene in questi giorni. Alla fiera gastronomica, nella quale i volontari del piccolo Borgo della provincia senese hanno studiato deliziosi menù da proporre, legati alla tradizione della zona, mancano volontari che prendano a cuore questo patrimonio. L’edizione 2026 in particolare è stata dedicata al vitellone Chianino, con una selezione di piatti di eccellenza presentati nei vari “ristoranti” della sagra. I visitatori che ogni anno apprezzano le specialità culinarie sono migliaia, e verosimilmente tornano ad ogni edizione. Oggi questa festa – come immagino molte altre – rischia di finire per mancanza di volontari. Quelle persone, che per molti anni hanno lavorato nelle cucine, preparando la pasta a mano, cucinando e rimestando sughi con grande fatica in pentole gigantesche o infornando teglie cariche e pesanti, non riescono più a reggere il passo. Ma non c’è nessuno più giovane, pronto a raccogliere il loro testimone. Così il rischio è che questa tradizione -come tante altre- muoia soffocata dall’indifferenza quotidiana.
Stefania Tacconi