Le storie del manicomio di Siena – “Domine Dio mi ha creato così”

Questo racconto, a differenza della storia di Bianca, è una vicenda senza speranza, corta, senza particolari riferimenti da trovare e priva di quegli slanci che ci fanno ricredere sulla possibilità di cambiare il corso di un destino. Qui tutto va come, date alcune premesse, la maggioranza penserebbe: è per un certo verso la rappresentazione dell’assoluta normalità. Una donna ormai non più giovane entra, con qualche motivo, in manicomio e anche se fa ripetute richieste di poter uscire di nuovo, non trova nessuno che la ascolta ed alla fine muore in quel luogo, forse senza accorgersi, neppure lei, di aver ormai vissuto il suo tempo e di essere giunta alla fine.
Mi rendo conto di sottoporre i lettori ad uno sforzo di tipo emotivo, ma non sarà l’unico che chiederò. Il tassello fondamentale della narrazione infatti è una lettera che la protagonista scrive ad un “egregio signore” sconosciuto. È di tutta evidenza che la “nostra” non era una letterata, non sapeva scrivere senza fare errori, ignorava l’uso della lettera H che semina un po’ a caso nel suo scritto e soprattutto ignora completamente la punteggiatura. Per questo leggere la sua lettera, pur nella chiarezza di un senso generale, è faticoso, sottoposti come siamo ad un flusso scoordinato di pensiero senza soste o punti a capo. Per arrivare in fondo alla lettura bisogna accettare, in qualche punto, di non capire, in altri percepiamo come gli echi di vecchie storie che non saremo mai in grado di precisare. Avevo due strade di fronte. O correggerla, e renderla abbastanza leggibile ma questo probabilmente avrebbe voluto dire trasformarla in un modo troppo forte, oppure lasciarla intatta con tutte le sue imperfezioni. Se lo scritto è specchio del pensiero, allora è evidente che qui ci troviamo di fronte ad un pensiero debole, imperfetto, certamente poco “educato” ma che rimane pur sempre orgogliosamente il suo.
Questa è la storia di Basilissa. Il nome che portava, abbastanza insolito, era il titolo delle regine di Bisanzio, sarebbe insomma come, più semplicemente, chiamarsi Regina. Ma la sua povera vita fu del tutto diversa da quella di una regina.

Ecco la sua lettera.

Egregio signore
Sono caldamente ha pregarlo di essere così buono e gentile favorirmi la mia libertà essendo donna libera e non dipendendo affatto da nessuno questo è stato un abuso dei medici ma con questo fa niente io la ringrazio della sua ospitalità anzi molto cavaliere avendomi mandato al paglio (il lavoro del vimini) favorisca di dirlo al signor Direttore questa fiorentina è guarita essendo molto addolorata non essendo nel suo amato Firenze desidera di ritornare avendo i miei interessi ha Firenze carissimo desidero i miei vestiti i miei capelli le mie scarpe e la mia libertà non capisco come il Governo dopo una lunga guerra possa mantenere io preferisco mantenermi da me tante tante grazie Io vero non sono obbligata a raccontare i casi miei io andrò alla valle di Giosaffate a render conto infine sono sola ed hai medici non spetta ne meriti ne demeriti perché io non mi sono mai venduta e nel caso a Santa Maria nuova se lei lo sa anche le donne che si vendono se ne vanno via dunque una stretta di mano e ciao.
Cierto se venisse ha prendermi anche il figlio del Generale, ricordo che ando in una scuola di aeronautica a Liegi ingeniere, che io appunto per creare la posizione la lui, restai fuori io perché Siro mi voleva molto bene e quando io lo lasciai piangeva come un bimbo.
Ripeto responsabilità non ce ne vuole perché io non ho fatto nulla ne ho ucciso e neppure di uccidermi, grazie al cielo sono stata sempre bene, e bene come ragazza credo che non si sta certo anche sposata, io ero fortunata appunto mia sorella un po gelosa ma Domine Dio mi ha creato così e io lo ringrazio ma desidero la libertà per non sentire più chiacchiericci. Io dissi alla Suora se mi mandava a san Girolamo perché trovando un posto tanto per chiederlo ma se lei mi manda a Firenze io mi impiego anche guardarobiera poiché sono stata alla Villa se al desco non sono più giovane ma pero per le scuole delle Signorine io faccio la modista che anche guadagno bene io vero non ho malanni ripeto non soffro depilessia per cui posso andarmene.
Il signor Coldigiani è morto, ma ce suo figlio a fatto molti viaggi in Formilli Nue Vas Peflimbao (altri nomi incomprensibili) ci ha fatto molti soldi infine io sto bene ha Firenze.
Ora speriamo che io fratello Giulio mi scriva vero ma se non mi scrive perché mi puo dire il motivo tu sei andata a Siena, tu sei stata un imbecille perché a me non me lo domando miga ho bella la prima volta che io sono stata in clinica era appunto causa la guerra ma però sono andata a Santa Maria Nuova cioè allo spedale civile. Povero mio fratellino lui non c’era, mio fratello non ciera dunque non voglio neppure sagrificarlo La mia fece trovare una figlia e del prete di una malata una cierta Gini per cui anche io potrei trovare qualcheduno bene inteso se volesse venire a trovarmi altrimenti vado alla protezione delle giovani che cè il comitato a Pisa cè tante case.

La paziente viene trasferita a Siena dal manicomio di Castel Pulci (quello in cui soggiornò e morì il poeta Dino Campana) il 6 giugno 1925. Ha fatto, come si evince dalla cartella, la modella probabilmente all’Accademia delle belle arti. I medici di Firenze nella lettera di accompagnamento così la descrivono: lucida, orientata, memore. Parla con molta rapidità e volubilità, raccontando mille cose con un eccesso di disordine. Dice di soffrire di allucinazioni uditive e ne dà spiegazioni che si riconnettono a nuclei deliranti (persecuzioni dei vicini, malìe ricevute, rospi messi addosso, etc.). È là ricoverata dal 12 febbraio del 1920. La lettera è abbastanza lunga ma non spiega per quale ragione viene proposto il suo trasferimento a Siena.
Qui il medico che la visita qualche giorno dopo il suo arrivo a sua volta scrive: è allucinata, talvolta accusa mali immaginari o tiene ad ostentare la bellezza sua, le sue forme, facendoci sapere che per tanto tempo ha fatto la modella; ha degli spunti deliranti ed accusa malate, infermiere, suore di farle le malie. Si occupa poco del lavoro; nel contegno abbastanza ordinata, di salute sta bene; è alle tranquille.
Nelle successive scarne e rare note si dice che molesta spesso le altre malate, è disordinata, commette anche atti sconci. Poi sopravviene una congiuntivite con relativa blefarite, una modesta malattia ma che provoca forte prurito agli occhi. Per farla guarire rapidamente, oltre a qualche pomata, l’accorgimento principale sarebbe quello di non grattarsi. Bene, la nostra non ci riesce, in più spesso si struscia con mani sporche e così la malattia si aggrava, cronicizza e passa lunghi periodi in infermeria. Deperisce sempre di più, certo non solo per la blefarite, fino a che il 28 aprile del 1932 muore all’età di 52 anni. Sono passati oltre sette anni dal suo trasferimento a Siena (dodici dal ricovero a Castel Pulci) e forse nessuno, a Firenze, sa più nulla di lei. L’ultimo foglio presente in cartella è il referto dell’autopsia effettuata, veniamo così a sapere che la povera Basilissa è deceduta per una estesa emorragia cerebrale destra.
Come accennavo prima, nulla di più “normale” e anonimo di queste note cliniche.
Solo la sua lettera sgrammaticata ci apre qualche piccola finestra sulla sua vita. Sono come gli echi dei brani più notevoli della sua esistenza che riemergono e ci permettono, forse, di fare qualche congettura più umana sulla poveretta. Intanto un precedente ricovero al Santa Maria Nuova di Firenze, qualificato come ospedale libero, una stretta di mano e ciao. Fa anche una considerazione, come dire, politica quando dice: ma questo stato dopo la guerra tremenda che c’è stata proprio per me deve spendere, tenendomi qui? Poi c’è la vicenda del figlio del Generale e del fatto che lei si è fatta da parte per lui, chissà cosa intende? A me è venuta in mente una reminiscenza verdiana (Violetta che si fa da parte perché il padre di Alfredo glielo chiede). Poi un picco di orgoglio in quel Domine Dio mi ha fatto così ed io lo ringrazio! Compare il ricordo di un lavoro a servire in una villa, adesso che è invecchiata forse non la vogliono più a servire, ma sa fare la modista, forse potrebbe fare la guardarobiera alle signorine. Nel suo pensiero appare un signor Coldigiani e suo figlio che ha viaggiato in città dai nomi così storpiati da non essere riconoscibili, (sud America? Brasile? oppure Belgio?) ma che ha fatto i soldi e per finire la storia del fratello, verso il quale riesce subito a frenare l’iniziale moto di stizza (ma non lo sapevi che ero ricoverata? bisognava dirtelo? ah ma certo, poverino, forse eri alla guerra!) ed allora potrebbe anche venire a prenderla ma se non viene è perché nessuno glielo ha detto. Poi forse si riferisce ad una vedova di guerra consolata da un prete e per finire Pisa con le case che ce ne sono tante e le danno alla protezione delle giovani (forse considerandosi ancora una giovane da proteggere, anche se la gioventù ormai è passata da un pezzo). Purtroppo nella lettera non c’è una data e non sappiamo a quale distanza dalla sua fine fu scritta, mentre l’Egregio Signore è con ogni probabilità qualcuno del manicomio che cerca di ingraziarsi: un medico, un infermiere o qualcun altro dello staff.
Oppure non possiamo escludere l’ipotesi più triste di tutte: quella era una lettera pensata per essere spedita a qualcuno che da fuori venisse a prenderla, ma la lettera non partì mai e, come la sua vita, si fermò per sempre lì, al San Niccolò, andando ad ingrossare l’esercito delle vite perse, affondate nel nulla.

Andrea Friscelli

 

(la foto di copertina è un dipinto olio su tela di Eduardo Leon Garrido)