Tetto agli studenti stranieri, Montanari e De Cesaris a Meloni: “Due su tre sono nati in Italia. Servono docenti, non quote”

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Li chiamiamo “studenti stranieri”, ma quasi due su tre sono nati in Italia e in Italia hanno sempre vissuto. È da questo dato – 607mila ragazzi su 931mila – che Tomaso Montanari e Valerio De Cesaris, rettori delle Università per Stranieri di Siena e Perugia, partono per rispondere all’annuncio di Giorgia Meloni di introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe. La ricetta proposta dai due atenei è diversa: “Non servono quote o discorsi propagandistici, serve potenziare la presenza di docenti d’italiano nelle scuole”.

La presa di posizione congiunta arriva dopo l’intervento della presidente del Consiglio alla festa di Gioventù nazionale. Meloni ha annunciato un provvedimento in arrivo in Consiglio dei ministri che dovrebbe introdurre un limite agli studenti stranieri per classe, insieme all’obbligo di imparare l’italiano per i genitori degli alunni stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico e al divieto di burqa e niqab nelle scuole.

“Occorre innanzitutto ricordare – scrivono Montanari e De Cesaris – che la gran parte di coloro che sono censiti come “studenti stranieri”, o meglio “alunni con cittadinanza non italiana”, sono nati in Italia e in Italia hanno sempre vissuto: 607mila su 931mila, oltre il 65%”. Il restante 35% è invece costituito da ragazzi nati all’estero e arrivati in Italia. Complessivamente gli alunni senza cittadinanza italiana rappresentano l’11,6% della popolazione scolastica, con una presenza che raggiunge il 13,7% nelle scuole primarie.

I due rettori contestano anche l’idea che una maggiore presenza di studenti con cittadinanza non italiana determini automaticamente un peggioramento dei risultati scolastici. Nella loro nota richiamano i dati Invalsi: nelle regioni del Nord, dove la presenza degli alunni CNI è più elevata, la percentuale di ragazzi che concludono il primo ciclo con apprendimenti giudicati del tutto inadeguati si attesta intorno all’8,5%. Al Sud e nelle Isole, dove la quota di alunni CNI è decisamente inferiore, arriva invece al 21,2%.

Per Montanari e De Cesaris la questione da affrontare è dunque soprattutto linguistica, e la risposta dovrebbe passare dalla scuola. “È fuorviante ritenere che non si possa essere in grado di accompagnare i bambini a un apprendimento efficace della lingua italiana, anche in classi in cui gli alunni CNI sono numerosi», sostengono i rettori, secondo i quali «nella realtà l’integrazione è già un fatto e le scuole sono capaci di accogliere alunni di ogni provenienza”.

Da qui la proposta concreta: rafforzare la presenza dei docenti della classe di concorso A023, specializzati nell’insegnamento dell’italiano agli studenti non madrelingua. Una professionalità che, spiegano, è già prevista dalla legge ma il cui reclutamento rimane scarso, mentre spesso questi insegnanti vengono impiegati soltanto nelle ore di potenziamento e non nelle cattedre curriculari.

“Per sostenere il percorso scolastico dei bambini figli di immigrati, che devono migliorare la loro conoscenza della lingua italiana – affermano – non servono quote o discorsi propagandistici, serve potenziare la presenza di docenti d’italiano nelle scuole”.

Il ragionamento viene poi allargato alla denatalità e agli studenti internazionali. Se università e istituzioni cercano di rendere l’Italia più attrattiva per i giovani provenienti dall’estero, sostengono Montanari e De Cesaris, occorre guardare anche ai ragazzi di origine straniera che già frequentano le scuole italiane come a una risorsa. “Sono ancor più una ricchezza, in un tempo di scarsa natalità, e sono gli studenti universitari di domani”.

La conclusione dei due rettori richiama direttamente la Costituzione: “La scuola è aperta a tutti”. E aggiungono: “Per un’Italia capace di futuro è essenziale che questo sia sempre più vero, concreto, universale”.