“Cronache del crepuscolo”, l’ultimo lavoro di Achille Mirizio (primamedia), non è un libro autobiografico, non è un libro di memorie, sebbene le cronache richiamate nel titolo rimandino essenzialmente a episodi della vita dell’autore, sebbene il crepuscolo, al quale metaforicamente si fa riferimento, sia quello dell’autore.
“Cronache del crepuscolo” è, piuttosto, un lucido – mai asettico, mai freddo – e onesto consuntivo di un’esperienza esistenziale, traguardata “ex parte senectutis”. Ciò, naturalmente, non significa che il lettore non sia messo sovente di fronte alla narrazione di alcuni snodi fondamentali della biografia di Mirizio: l’infanzia e l’adolescenza trascorse “in un grande paese della provincia italiana meridionale”, l’appartenenza a una famiglia numerosa, solida, tradizionale, aperta, al contempo, al resto della società (“Un modello nel quale, per onestà, non ho mai neanche lontanamente avvertito il sapore dello spirito di clan, chiuso e omertoso”), la laurea in Filosofia, la pratica giornalistica (“E così trascorsero tre anni di articoli, interviste, inchieste, impaginazione, palinsesti”), la passione per la politica (“Non saprei dire con precisione quando e come sia scoppiata per me la passione per la politica”), il rapporto con la fede religiosa (“Insomma, una fede dal sapore nient’affatto ascetico quanto decisamente e fortemente mistico”) e la maniera di vivere e d’intendere il cristianesimo, l’insegnamento nella Scuola Secondaria di primo e secondo Grado e all’Università di Siena, lo stringersi e l’allentarsi dei legami d’amore e d’amicizia (“Ogni amore è stato assoluto, definitivo, radicale. Ho sempre imparato, forse ho anche dato”), il recente intervento al cuore e gli acciacchi che accompagnano gli anni del crepuscolo (“Sono infatti arrivato alla conclusione che l’eccezione sia la salute e che la malattia sia la norma. Dove la malattia è appunto la vita e l’eccezione è il non pensarci”). Ciascuno di questi snodi genera racconti autobiografici, che vedono il coesistere e l’alternarsi di toni anche molto diversi l’uno dall’altro, non escluso quello ironico.
D’altra parte, la biografia dell’autore si inserisce senza attrito alcuno nella biografia della nazione, e ciò consente di leggere “Cronache del crepuscolo” anche come un saggio che getta luce sulla storia d’Italia del secondo Novecento e di inizio terzo millennio, evidenziando, in particolare, le trasformazioni subite nel corso dei decenni dalla nostra società (anche questo è un consuntivo). Il boom economico, la contestazione giovanile, gli anni di piombo, la globalizzazione, la rivoluzione digitale incontrano e intersecano l’esistenza di Mirizio e la interrogano, generando di volta in volta nell’autore stati d’animo e riflessioni che, inevitabilmente, finiscono col condurlo anche a ripensare alle scelte operate fino a quel momento. E in questo incessante e felicissimo passaggio dall’esperienza individuale all’esperienza generale – esperienza è, a mio avviso, la parola chiave dell’intero libro – la scrittura è chiamata a fungere da sutura tra la dimensione privata e la dimensione pubblica. Esemplare, in tal senso, può essere l’inizio del terzo capitolo: “Sono nato in un’epoca e in una terra italiana nelle quali la famiglia mononucleare era già di fatto una famiglia allargata, anche se non esattamente nel senso che più tardi l’espressione ha assunto”. Una scrittura che ora si fa morbida e dolce, quando si tratta di recuperare i frammenti del passato più remoto, ora lucida, precisa, fortemente argomentativa, quando il discorso insiste su questioni di natura filosofica, storica, esistenziale. Ma che resta sempre attentissima e sorvegliatissima. Il passo che segue è tratto dal primo dei dodici capitoli che compongono l’opera e reca il titolo di “Il crepuscolo e il bilancio esistenziale”.
“Mi presento: mi chiamo Metascopio, colui che guarda dall’alto e dopo, secondo l’etimologia greca (forzatamente inedita). Sono uno stratagemma narrativo con il compito di descrivere e interpretare gli eventi vitali di un Soggetto che qui rappresento. Perché lo stratagemma? Perché solo in questa maniera penso di essere in grado compiutamente (o, almeno, tendenzialmente) di realizzare quel decentramento osservativo che garantisce la distanza giusta per una corretta descrizione e una successiva valutazione, che non siano viziate da uno sguardo miope o presbite, comunque inefficace e poco spassionato. Insomma, sono una sorta di artificio (una fictio) basato sugli algoritmi costruiti sulla scorta delle vicende storiche realmente avvenute e che qui vengono connesse, fuse, interpretate, ricordate (e forse anche dimenticate e rimosse) e infine usate con l’intenzione di organizzare una lettura tendenzialmente plausibile della storia vitale del Soggetto in questione. Azzardo: sono una specie di (sua) Intelligenza Artificiosa… E quel Soggetto è il vero protagonista della realtà che andrò a raccontare, protagonista che mi incarico di velare solo per rispettare la sua volontà di non mettersi in mostra: egli intende infatti offrirsi unicamente quale occasione per una riflessione da condividere, non solo e non tanto rispetto ai contenuti (che ritiene, come dire, relativamente universali, e viceversa) quanto al metodo e ai contesti, sulle cui potenzialità ermeneutiche, esistenziali, storiche e psicologiche è pronto a scommettere, ipotizzando (e accettando comunque) anche il rischio il perdere”.
Achille Mirizio, Cronache dal crepuscolo, primamedia, Siena 2025
a cura di Francesco Ricci