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Duccio Balestracci, La battaglia di Camollia 1526

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Incastonata tra la battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525, quando le forze del Sacro Romano Impero di Carlo V sconfissero l’esercito francese guidato dal sovrano Francesco I, e la riconquista da parte di Siena, nel 1529, dei porti della Maremma, in precedenza occupati dalle armate di Papa Clemente VII, la battaglia di Camollia costituisce indubbiamente uno snodo rilevante all’interno della Storia d’Italia. Eppure, si continua a parlarne poco, quasi che la battaglia di Montaperti del 4 settembre 1260 e la resa della Repubblica di Siena nell’aprile del 1555 avessero prodotto l’effetto di costringere in un cono d’ombra tutti gli avvenimenti storici che si distribuiscono entro questi due termini temporali. Ancora più meritoria, di conseguenza, appare l’ultima pubblicazione di Duccio Balestracci, “La battaglia di Camollia 1526”, uscita per i tipi di Betti, la quale fa giustizia della lettura minimalista di quanto accadde in quell’anno fornita dalle testimonianze fiorentine – si pensi a Francesco Vettori e a Francesco Guicciardini –, che hanno finito con l’assimilarla a una scazzottata o poco più. Una interpretazione, questa, che non regge alla prova dei fatti, dove i fatti sono rappresentati dalle fonti, dai testi, dagli studi critici indagati con il consueto scrupolo e rigore da Duccio Balestracci – materiale che il lettore può rinvenire segnalato nell’appendice bibliografica (pp. 113-121) –, che ci regala l’ennesimo libro informatissimo, metodologicamente ineccepibile, indispensabile nella biblioteca dei cultori di Storia del Cinquecento.  Ma “La battaglia di Camollia 1526” è, a mio avviso, molto di più, ed è proprio questo “di più” che amplia la platea di chi vi si può accostare ricavandone piacere.

Il saggio, infatti, si fa leggere come un romanzo, e ciò avviene fondamentalmente per due ragioni. La prima è legata al ritmo della pagina di Duccio Balestracci, ora disteso e lento (“Francesco non si perde d’animo: riesce a richiudere la falla provenzale e a ottobre, comandando personalmente l’esercito, attraversa le Alpi e punta su Milano, senza che le truppe imperiali possano opporre significativa resistenza ai suoi circa 40.000 uomini, anche perché l’esercito francese si è articolato in più colonne, rendendo così difficoltosissimo il compito di chi cerca d’intercettarlo”), ora rapido, incalzante, incisivo (“Si interpella di nuovo la Bichi: la risposta è perentoria. Attaccate”), sempre lontano, in ogni caso, da quella uniformità di tono che annacqua le differenze – ancora più decisive quando ci si occupa di storiografia rispetto a quando si ha a che fare con la letteratura – tra l’essenziale e l’accessorio, la causa e l’effetto, il vero e il verosimile, il comico e il tragico. La seconda ragione, invece, rimanda alla maniera di collegare e orchestrare i luoghi, i personaggi (i protagonisti al pari delle comparse), le azioni, il tempo della storia, maniera che è tipica del grande scrittore, al punto che come per Claudio Magris, il Magris di “Itaca e oltre”, appare difficile, in sede di giudizio, privilegiare la cultura dello studioso a scapito della qualità del narratore o viceversa. Il passo che segue è tratto dal primo dei nove capitoli, intitolato “Due assedi, fra difesa della ‘dolce liberà’ e prove tecniche di costruzione identitaria”.                     

“Ci sono, nelle storie delle città, pagine che non si capisce bene perché finiscano fra le ballerine della seconda fila degli avvenimenti che scandiscono il famedio della comunità; momenti derubricati, magari in qualche caso a spese di altri che occupano, indisturbati, legittimati e indiscussi, la prima fila. Per fare un esempio: personalmente, non mi sono mai fatto una ragione del perché Colle di Val d’Elsa ancori così tanto la sua memoria identitaria collettiva alla battaglia del 1269 (nella quale i colligiani ebbero un ruolo marginalissimo, rispetto ai veri protagonisti) e lasci, al contrario, in uno sfumato sottofondo la tignosa resistenza all’assedio che, dal 24 settembre al 2 novembre 1479, vide sotto le sue mura le truppe papali, aragonesi e senesi che avevano vinto i fiorentini a Poggio Imperiale il precedente 7 settembre. La resistenza di Colle salvò Firenze, e gli stessi vincitori, il Duca di Calabria e Federico di Montefeltro, che non vedeva l’ora di finire quell’assedio che gli stava dando non poco filo da torcere, trattarono con i guanti Colle quando chiese di arrendersi a patti, tanto che, a ben guardare, verrebbe da dire che l’insediamento valdelsano uscì da quell’episodio perfino irrobustito. E invece, di questo, a Colle “a pena sen pispiglia”. Vai a capire perché”.

 

Duccio Balestracci, La battaglia di Camollia 1526, Betti, Siena 2026

a cura di Francesco Ricci