Sarebbe riduttivo considerare “Viaggio nel corpo umano” di Marcella Cintorino come un semplice testo di storia della medicina. Il lessico impiegato, indubbiamente, è un lessico specialistico, la presenza di un ricco glossario chiarisce bene che nel fare buona divulgazione scientifica consiste lo scopo principale perseguito dall’autrice, una veloce ricognizione condotta sui titoli dei singoli capitoli non lascia dubbi che siamo in presenza di un nuovo e interessante capitolo della letteratura medica (“L’autopsia”, “Com’è fatto l’encefalo?”, “Il paradosso della milza”, “Il fascino discreto della tubercolosi”, “La diagnosi precoce dei tumori: roba da anatomopatologi”, “La coin lesion (lesione a moneta) polmonare”). Ma “Viaggio nel corpo umano” esige che insieme alla parte propriamente medico-scientifica – la morfologia e i meccanismi delle malattie del corpo umano – venga dato il giusto spazio, da parte del lettore, anche alle ventiquattro schede biografiche, a cura di Paolo Leoncini (dalla “Signora dell’Anatomia” a “Niente di nuovo sotto il sole”), le quali formano e organizzano un’affascinante galleria degli uomini e delle donne che hanno offerto il loro contributo allo sviluppo della scienza medica: l’anatomia patologica, in questo modo, incontra tante singole esistenze. Non basta, c’è dell’altro.
C’è un terzo elemento, che, a mio avviso, non è affatto elemento accessorio e decorativo del testo, bensì ne è parte costitutiva. Mi riferisco alle citazioni riportate in apertura di capitolo, in apertura di ciascun capitolo. Ippocrate, Virgilio, Stephen Hawking, Gozzano, Jacques Normand, Friedrich Schiller, Sergio Endrigo, Elias Canetti, Benjamin Franklin sono solo alcuni dei nomi che sfilano sotto i nostri occhi insieme alle parole tratte dai loro versi, dalle loro prose, dalle loro canzoni. E cosa ci dice questa democrazia ed eterogeneità della citazione (compare anche un proverbio africano: “L’uomo non può prendere due sentieri alla volta”)? Ci dice che “Viaggio nel corpo umano” nasce indubbiamente dall’amore di Marcella Cintorino per una materia, che ha insegnato a lungo, e una professione, che ha svolto con passione. Soprattutto, però, nasce dall’amore per l’uomo, inteso come insopprimibile unione di corpo e di spirito – spirito, parola ormai pronunciata sempre più raramente e quasi con vergogna –, che è segnato dalla malattia, dal decadimento, dalla morte, ma che non rinuncia a fare della vita l’occasione per contribuire al benessere – impiegando la parola nel suo valore etimologico – delle altre creature, presenti e future: in questo risiede la sua grandezza. Ecco, allora, offrire il proprio contributo alla cura del corpo (l’anatomopatologo, il personale medico, il personale infermieristico) e alla cura dell’anima (il poeta, l’artista, il filosofo) appaiono come due maniere non dissimili di testimoniare che l’umanesimo non è ancora morto, intendendo per umanesimo, come fa Settembrini nella “Montagna incantata” di Thomas Mann, “l’amore dell’uomo”. Il libro è impreziosito dalla prefazione di Paolo Mazzarello.
“Tra le tante specializzazioni che la Medicina comprende ne esiste una che non è paragonabile a nessun’altra, l’Anatomia patologica, e vi spiego il perché. In primo luogo, è da sempre la più misteriosa o, comunque, la meno conosciuta. Nella migliore delle ipotesi, chi svolge questa professione nell’immaginario comune è un quasi-medico, uno di seconda categoria, una sorta di laboratorista che passa il tempo a squartare i cadaveri o a sbirciare vetrini tramite una specie di binocolo per poi scrivere una risposta e inviarla al collega di turno, internista, chirurgo o cos’altro che, lui sì, raggiungerà una conclusione diagnostica e prognostica e deciderà di conseguenza la terapia più appropriata per il suo paziente. Spesso il patologo viene confuso con il medico legale, specialmente in conseguenza dell’immagine che ne viene rappresentata in televisione o al cinema. In secondo luogo, quando hai fatto l’anatomopatologo per tutta la vita ti rendi conto che il tuo cervello si è modificato. Se osservi una persona qualsiasi, spesso ti capita di scrutarla quasi con la vista a raggi X perché puoi “vedere” i suoi organi interni o, almeno, la loro proiezione sulla superficie del corpo, e addirittura riconoscere i tessuti da cui gli organi sono costituiti. È una forma mentale difficile da cancellare perché tu e il microscopio siete diventati un tutt’uno”

Marcella Cintorino, Viaggio nel corpo umano, Cantagalli, Siena 2025
a cura di Francesco Ricci