Il titolo e il sottotitolo dell’ultimo romanzo di Raffaele Ascheri – “Quattro croci a Siena. Caterina e i libri degli altri” – contengono preziose informazioni per il lettore di questo riuscitissimo giallo. Suggeriscono lo spazio dell’azione (Siena), evocano la letterarietà dell’opera (a essere ripreso e variato nel titolo, infatti, è il breve romanzo di Federigo Tozzi “Tre croci”, scritto a Roma nel corso degli ultimi mesi del 1918), individuano in Caterina, una bibliotecaria cinquantenne che lavora presso la Biblioteca Comunale di Siena, la protagonista. La città del Palio, in Ascheri, non scade mai a inerte fondale o a semplice cornice decorativa; piuttosto, risulta essere un’atmosfera ubiqua e una mentalità tenace. L’atmosfera che la storia, la morfologia urbana, la civiltà artistica, le consuetudini dei suoi abitanti hanno contribuito a creare, la mentalità che si esprime in primo luogo come giudizio, e pregiudizio, relativo alla dimensione sociale del vivere. Per quanto concerne la letterarietà, “Quattro croci a Siena” deve essere interpretato come il coraggioso tentativo di arginare la completa assimilazione dell’italiano scritto all’italiano parlato, dove con italiano parlato si intende l’italiano dell’uso medio di cui ha parlato Francesco Sabatini o l’italiano neostandard di cui ha parlato Gaetano Berruto.
L’impiego della punteggiatura, il lessico, la costruzione della frase e del periodo guardano sovente al passato più che al presente, volendo in questo modo riaffermare la separazione che sussiste non solamente tra scritto e parlato, ma anche tra scritto destinato a una finalità pratica o meramente comunicativa e scritto di natura eminentemente letteraria. Infine, per quanto riguarda la protagonista, non ci troviamo in presenza di un investigatore professionista che collabora con le forze dell’ordine o ne fa parte. Caterina, infatti, è una donna che vive immersa nei libri, che per lei costituiscono al contempo una passione (è una grande lettrice) e una professione (è una bibliotecaria), ha la sua ristretta cerchia di amici, tra i quali spicca la figura di Roberto, è legata alla sua contrada, l’Oca. Eppure, al pari dei ben più famosi Sherlock Holmes, Miss Murple, Poirot, anche Caterina risolve l’enigma dei tre delitti, che nello stesso giorno – il 29 aprile 1979 – hanno insanguinato e fatto sprofondare nella paura Siena, grazie alla propria capacità di deduzione e al proprio intuito, che la guida a rinvenire un possibile punto di partenza per l’inchiesta. E del periodo storico che accoglie gli eventi narrati, in bilico tra l’esaurirsi del terrorismo rosso e il nuovo consumismo degli anni Ottanta, “Quattro croci a Siena” offre una rappresentazione puntuale e convincente, a conferma che la letteratura di genere (romanzo giallo, romanzo poliziesco) rappresenta ormai il nuovo romanzo sociale, dal momento che sa indagare il presente e denunciare quelli che sono i problemi più urgenti, ad esempio la diffusione del consumo di eroina, il crescente disinteresse per l’impegno “in politicis”, il profondo senso di solitudine delle persone. Il passo che segue è tratto dal primo dei trentaquattro capitoli nei quali si articola “Quattro croci a Siena” e reca come titolo “I libri degli altri”.
“Caterina, guardandosi allo specchio come tutte le mattine, fece scivolare via giusto qualche amara, ma neanche troppo, riflessione sui suoi 50 anni appena compiuti. Quella mattina era una fredda, e soprattutto tediosamente umida, mattina di gennaio, all’inizio di quel 1979 che, per l’appunto, l’aveva traghettata verso il mezzo secolo esatto di vita: biografia, ad un primo sguardo, ordinaria per non dire monotona, certo del tutto priva di avventure e di grandi eventi, ma pur sempre vita, senza mai smarrire la sua cifra principale, vale a dire la curiosità, a tratti financo eccessiva, quasi morbosa, nei confronti del prossimo. Le interessavano da morire, le vite degli altri, non avendo vissuto da protagonista la sua, e rendendosene pienamente conto, la intrigava al massimo grado cercare di vivere almeno qualche brandello di quelle altrui. Il penetrare all’interno della biografia di qualcun altro, le procurava un picco dopaminico ed endorfinico assoluto: “Addirittura meglio del cioccolato, che pure mi piace così tanto”, pensava spesso, nei suoi intensi soliloqui. Era stata chiamata così, dagli amatissimi genitori, in onore della Santa di Fontebranda; con fiero orgoglio, apparteneva al popolo della Nobile Contrada dell’Oca, lei che proprio in via Santa Caterina era nata – e da genitori entrambi ocaioli –, prima di trasferirsi, con la famiglia, nel cuore più antico di Siena, in Castelvecchio. Ove adesso, da sola, continuava ad abitare”

Raffaele Ascheri, Quattro croci a Siena, sillabe, Livorno 2025
a cura di Francesco Ricci