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AI e adolescenti: non è importante “se la usano”, ma “per cosa lo usano” (e cosa stanno chiedendo davvero)

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Se guardiamo l’uso dell’AI da parte degli adolescenti con un approccio strategico, la domanda smette di essere “quanto lo usano?” e diventa: quale problema stanno cercando di risolvere e con quali “tentate soluzioni” noi adulti, spesso senza volerlo, lo stiamo mantenendo?

È un cambio di prospettiva tipico dell’approccio strategico, come insegna Giorgio Nardone: non inseguire la causa come primo passo, ma osservare il funzionamento del problema nel presente, cioè il circuito percezione–reazione che lo alimenta. In questa cornice, il chatbot non è solo tecnologia: è un assistente psicologico che risponde a tre bisogni potenti dell’età evolutiva: controllo, conferma, riduzione immediata del disagio. Tutto questo lo fa con una caratteristica irresistibile: è disponibile sempre, non giudica, non espone al rischio della relazione reale.

Qui si innesta il primo punto: quando un comportamento abbassa l’ansia subito, tende a diventare abitudine anche se, nel tempo, alza il costo. È la logica delle soluzioni che diventano problema: più mi affido all’AI per non sentire il vuoto, più il vuoto diventa intollerabile senza chatbot; più la uso per evitare l’errore, più l’errore diventa spaventoso; più la uso per non espormi al giudizio, più il giudizio degli altri diventa un mostro.

In altri termini, si crea una trappola: evito ciò che temo e, evitandolo, lo rendo più grande. In molte famiglie questo circuito si potenzia con le tentate soluzioni dei genitori: proibire in blocco, controllare ossessivamente, fare prediche razionali (“non è vero amico”, “non fidarti”), ridicolizzare (“parli con un robot?”), oppure, all’estremo opposto, lasciare fare per stanchezza (“almeno sta a casa e non combina guai”).

Sono risposte razionali, ma spesso inefficaci perché funzionano come benzina sul fuoco: il divieto totale trasforma il chatbot in frutto proibito e sposta l’uso nel segreto; il controllo totale spinge l’adolescente a perfezionare l’occultamento; la predica fallisce perché l’adolescente non sta cercando una lezione, sta cercando sollievo. Al contrario, sarebbe più utile manovra diversa: interrompere il circolo vizioso cambiando le regole del gioco.

Detto in modo ancora più semplice: con un adolescente non vince chi argomenta meglio, vince chi modifica la situazione in modo che il comportamento problematico perda utilità. Per riuscirci, serve prima capire la funzione che il chatbot svolge per quel ragazzo, perché non esiste “il” problema chatbot: esistono usi diversi, ciascuno con la sua logica. C’è l’uso scolastico come scorciatoia (per non sentirsi inadeguati, per non affrontare la fatica); c’è l’uso come specchio identitario (“dimmi chi sono”, “dimmi cosa dovrei fare”); c’è l’uso come ansiolitico sociale (provare conversazioni, chiedere come rispondere, evitare l’imbarazzo); c’è l’uso come confessionale (dire ciò che non si riesce a dire a nessuno).

In ognuno di questi casi, la domanda strategica per il genitore non è “come lo elimino?”, ma “come faccio a restituire al ragazzo una competenza alternativa che dia lo stesso vantaggio senza pagare lo stesso prezzo?”. Qui entra in gioco una delle intuizioni più potenti del pensiero strategico: se vuoi cambiare un comportamento, devi utilizzare la sua stessa logica. Non puoi chiedere a un adolescente di rinunciare a qualcosa che lo calma, senza offrirgli un modo concreto per calmarsi. Non puoi chiedere di non usare scorciatoie, se la scuola e la famiglia comunicano (esplicitamente o no) che l’errore è una vergogna. Non puoi chiedere apertura, se in casa ogni apertura viene trasformata in interrogatorio o sentenza. Dobbiamo costruire un patto che non suoni come controllo ma come allenamento. Per esempio: spostare la discussione da “tempo di utilizzo” a “scopo di utilizzo”. Il tempo è un indicatore grezzo; lo scopo è un indicatore qualitativo. Una regola potrebbe essere: l’AI si può usare, ma non può sostituirsi alla tua voce.

Traduzione pratica: per la scuola lo usi per generare alternative (scalette, esempi, controargomentazioni, domande), ma il testo finale deve portare tracce personali verificabili: due frasi “imperfette” ma tue valgono più di una pagina perfetta ma aliena. Per l’ansia sociale lo usi come prova generale, ma poi scegli un’azione reale piccola. Per i dubbi personali lo usi per chiarirti, ma con una clausola: dopo la risposta dell’AI, devi fare la stessa domanda a una persona reale (genitore, amico, allenatore, insegnante). È un ponte obbligatorio verso il mondo, non una fuga.

Molti adolescenti usano l’AI come “protesi di controllo”: se ho una risposta pronta, non crollo. In questi casi, la tentata soluzione che mantiene il problema è l’ipercontrollo: più cerco certezze, più divento dipendente dalle certezze. Una manovra controintuitiva, spesso efficace, è introdurre una quota controllata di incertezza. Un messaggio non perfetto, un compito iniziato senza sapere già come finirà, una conversazione senza script. Così facendo l’adolescente scopre, non con la teoria ma con l’esperienza, che l’ansia sale e poi scende anche senza stampelle digitali. Serve cambiare schema.

E cambiare schema, in concreto, significa: meno moralismi, più patti; meno controllo, più trasparenza; meno “risposte”, più domande. Se volessimo condensare il tutto in una frase, potremmo dire: non chiedere ai ragazzi di spegnere lo strumento; aiutali a riaccendere lil proprio cervello. Perché, alla fine, la partita vera non è contro l’AI: è contro l’idea che per stare bene serva sempre una risposta immediata. E crescere, oggi, significa proprio imparare a reggere il tempo in cui la risposta non c’è, senza perdersi, senza isolarsi, senza delegare a una macchina il compito di dirci chi siamo.

Dott. Jacopo Grisolaghi

Psicologo, Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Psicologia, Sessuologo, PsicoOncologo
Ricercatore e docente del Centro di Terapia Strategica di Arezzo
Professore a contratto Università degli Studi eCampus e Università degli Studi Link di Roma

www.jacopogrisolaghi.com @dr.jacopo.grisolaghi