Alle radici di Banksy, prima del mito globale. A Bologna, nelle sale di Palazzo Fava, prende forma un viaggio dentro la nascita di uno degli artisti più influenti del nostro tempo.
La mostra “Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983–2005)” ricostruisce per la prima volta in modo sistematico il contesto culturale, urbano e politico in cui si è sviluppato il linguaggio dello street artist britannico. Oltre 300 opere, tra materiali d’archivio, documenti inediti e ricerche accademiche, raccontano la scena da cui è emerso Banksy, andando oltre l’immagine iconica per restituirne le radici collettive.
Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna nell’ambito di Genus Bononiae e prodotta da Opera Laboratori, la mostra è curata da Stefano Antonelli e Gianluca Marziani e si articola in 32 sezioni, con contributi di artisti e protagonisti della scena che hanno influenzato o condiviso il percorso di Banksy.
Il focus non è solo sulle opere, ma sull’ambiente che le ha generate. Bristol emerge come un laboratorio culturale attraversato da tensioni sociali, proteste e trasformazioni urbane. Un contesto in cui graffiti, musica e attivismo politico hanno ridefinito il ruolo dell’arte nello spazio pubblico.
“Prima di essere un nome globale, un marchio culturale e un dispositivo capace di attraversare musei e mercati, Banksy è stato un autore radicato in un contesto preciso”, spiegano i curatori Antonelli e Marziani.
Negli anni Ottanta e Novanta la città diventa infatti uno dei centri più vivaci della scena graffiti europea, con figure come Tom Bingle, Felix Braun e Kyron Thomas della DBZ Crew. È in questo ambiente che prende forma il linguaggio visivo di Banksy, anche attraverso le prime collaborazioni con il collettivo.
Tra le opere e i documenti esposti compaiono anche immagini diventate iconiche, come Girl with Balloon, Flower Thrower e Police Kids, oltre a una lettera del 1998 firmata “Robin Banks”, che testimonia il coinvolgimento diretto dell’artista nella scena underground dell’epoca.
Il progetto curatoriale ruota attorno al concetto di “School of Bristol”: non uno stile definito, ma una rete di relazioni tra arte, dissenso e cultura urbana. Banksy viene così raccontato non come un fenomeno isolato, ma come il risultato di una storia collettiva.
“Con questo progetto vogliamo restituire al pubblico non solo l’immaginario di un artista globale, ma soprattutto il contesto culturale, sociale e urbano da cui quel linguaggio ha preso forma”, sottolineano la presidente della Fondazione Carisbo Patrizia Pasini e l’amministratore unico di Genus Bononiae Renzo Servadei.
Un approccio condiviso anche da Opera Laboratori: “Comprendere Banksy significa riconoscere questa dimensione corale. Dietro l’immediatezza delle immagini si avverte la profondità di un contesto culturale e umano”, aggiunge il presidente e amministratore delegato Giuseppe Costa.
In un momento in cui si torna a discutere sull’identità dell’artista, l’esposizione sposta lo sguardo dal singolo alla scena, offrendo una chiave di lettura più ampia e profonda di un fenomeno artistico che continua a interrogare il presente.