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Guerra e opinione pubblica, studio dell’Università di Siena: “Conta più l’ideologia delle vittime”

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Le morti nei conflitti non cambiano più le opinioni pubbliche. È una delle indicazioni che emergono da uno studio che vede protagonista l’Università di Siena e dedicato alla percezione occidentale della guerra in Medio Oriente, con particolare riferimento al conflitto tra Israele e Palestina.

Il lavoro analizza come si formano le opinioni delle società occidentali rispetto ai conflitti armati. Secondo quanto illustrato dal docente dell’ateneo Francesco Olmastroni, la ricerca ha preso in esame l’atteggiamento di diverse opinioni pubbliche europee, tra cui quella italiana e britannica, mettendo a confronto le reazioni degli intervistati rispetto alle informazioni sulle vittime dei conflitti.

“Abbiamo verificato – spiega Olmastroni – che, oltre una certa soglia, il numero delle perdite umane non modifica in modo significativo le opinioni delle persone. In qualche modo ci si abitua a una situazione di conflitto permanente, di morte e distruzione”.

Alla base dell’analisi c’è un ampio campione di opinione pubblica raccolto in diversi Paesi occidentali, utilizzato per osservare come le persone reagiscono alle informazioni relative ai conflitti internazionali.

Dalle prime indicazioni emerge che il fattore che oggi pesa maggiormente nel determinare le posizioni dell’opinione pubblica non sarebbe tanto l’impatto delle vittime civili, quanto piuttosto l’orientamento politico e la polarizzazione ideologica.

“In questo momento – osserva Olmastroni – ciò che muove realmente le persone è l’ideologia: il modo in cui si collocano politicamente incide più delle informazioni sulle perdite umane nel determinare l’approvazione o la disapprovazione di un conflitto”.

MC