Oggi parlare di dialogo sembra quasi fuori moda. In un tempo dominato dalla velocità, dalla reazione immediata e dal giudizio istantaneo, dialogare appare a molti come una pratica debole, lenta, persino ingenua. Eppure proprio questa apparente fragilità ne rivela la forza. Dialogare non significa semplicemente parlarsi: significa incontrarsi attraverso le parole, uscire dal monologo, provare a capire il punto di vista dell’altro prima di distruggerlo. Il dia-logos, dal greco dia, “attraverso”, e logos, “parola” o “ragione”, è il passaggio della parola tra mondi diversi. È ponte, non arma.
Il problema è che oggi molti ponti sono saltati. Viviamo in un’epoca in cui spesso sembra vincere chi urla di più, chi interrompe meglio, chi umilia con maggiore efficacia. Nei talk show, sui social, nei commenti online e persino nelle conversazioni quotidiane, la forza di un’idea viene misurata non dalla sua profondità, ma dal volume con cui viene gridata. La parola, nata per costruire relazione, viene usata per ferire. Il confronto diventa scontro, il dissenso diventa insulto, la libertà di espressione viene confusa con il diritto di essere brutali.
Non è un caso che il Vangelo di Giovanni si apra con una frase potentissima: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Prima dell’azione, prima della regola, c’è la parola. La parola crea, ordina, dà forma al caos. Ma la parola può anche distruggere, disumanizzare, avvelenare. Per questo ogni comunità dovrebbe interrogarsi sul modo in cui parla, discute, educa e comunica.
Ricordo che da adolescente fui colpito dai drammatici fatti di cronaca legati ai sassi lanciati dai cavalcavia. Morì anche una bambina neonata. Davanti a episodi così inquietanti si ripeteva spesso: “Quei ragazzi hanno un vuoto dentro”. Mi chiedevo che cosa potesse significare quel vuoto e come potesse trasformarsi in un gesto tanto insensato e feroce. Trovai alcune risposte in Cattiva maestra televisione, uno degli ultimi libri di Karl Popper, pubblicato nel 1994. Popper denunciava i rischi della sovraesposizione dei bambini a una televisione dominata da violenza e sensazionalismo, capace di abituare alla brutalità e di anestetizzare davanti al dolore altrui.
Oggi la televisione non è più sola. Accanto a essa ci sono social network, piattaforme digitali, influencer, format costruiti sull’esibizione del conflitto, algoritmi che premiano ciò che polarizza. La domanda allora è inevitabile: quali modelli stiamo proponendo ai giovani? Che idea di successo, relazione, amore, corpo, potere e conflitto trasmettiamo ogni giorno? Davvero possiamo stupirci se cresce l’aggressività, quando per anni abbiamo trasformato l’umiliazione pubblica in intrattenimento e la visibilità in valore supremo?
Goethe diceva che l’uomo è un essere volto alla costruzione di senso. È una definizione decisiva: l’essere umano non vive soltanto di bisogni, ma di significati. E allora dobbiamo chiederci quale sia oggi il senso supremo della nostra società. Il denaro? La tecnologia? Il consumo? La performance? Il problema è che molti di questi elementi dovrebbero essere mezzi, non fini. Quando i mezzi diventano fini, i veri fini perdono valore.
La violenza nasce spesso proprio da qui: da una frattura nel senso e da un progressivo processo di de-umanizzazione. De-umanizzare significa smettere di vedere l’altro come persona e iniziare a percepirlo come oggetto, ostacolo, bersaglio, nemico. È ciò che rende possibile ogni forma di violenza, anche la più atroce. Lo vediamo nel bullismo, nelle aggressioni di gruppo, nella violenza verbale online, nell’odio verso chi è percepito come diverso. E lo confermano anche le analisi sulla criminalità minorile, dove emerge una inquietante assenza di empatia nei confronti della vittima. Oltre la rabbia, sembra esserci il nulla.
L’iper-connessione produce un paradosso: siamo sempre connessi, ma sempre meno capaci di comunicare. Abbiamo accesso continuo agli altri, ma fatichiamo a sintonizzarci emotivamente con chi abbiamo davanti. Lo schermo protegge, distanzia, semplifica. Permette di dire ciò che dal vivo forse non diremmo. Qualcuno ha chiamato tutto questo analfabetismo emotivo: l’incapacità di riconoscere, nominare e regolare le emozioni. Più aumenta questo analfabetismo, più cresce la solitudine; più cresce la solitudine, più la violenza trova terreno fertile.
Che cosa ci può salvare? La riscoperta del dialogo. Questo richiede ascolto, tecnica, autocontrollo, sensibilità. Significa creare sintonia, fare domande invece di limitarsi ad affermare, usare il linguaggio non solo per spiegare ma per far sentire. Come ricordava Pascal, prima di convincere l’intelletto bisogna toccare il cuore. E chi si persuade da solo lo fa prima e meglio. Per questo la parola più efficace non impone, ma accompagna; non umilia, ma apre possibilità.
In questa prospettiva la gentilezza diventa un atto rivoluzionario. Non è debolezza né remissività. È forza governata. Quando l’odio ci viene riversato addosso, reagire con la stessa aggressività significa spesso fare un favore al nostro aggressore. Se l’altro vuole farci perdere il controllo, la nostra rabbia è il suo successo. Opporre una gentilezza ferma, lucida, strategica significa invece disinnescare la provocazione senza imitarla.
Se due persone si incrociano in una strada stretta, vince davvero chi cerca di passare con prepotenza o chi si sposta di lato e con un sorriso dice: “Prego, passi pure”? Il secondo non subisce: sceglie. E proprio perché sceglie, conserva libertà.
La società civile è chiamata anche a questo: diventare strumento per diffondere una cultura del rispetto, della solidarietà e dell’empatia. Partendo dai valori etici, dalla responsabilità e dalla cura verso l’altro. In un tempo che celebra il rumore, il dialogo è silenziosamente sovversivo. In un tempo abitato dal nichilismo, il dialogo ricostruisce senso. E dove c’è senso, la violenza arretra.
Dott. Jacopo Grisolaghi
Psicologo, Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Psicologia, Sessuologo, PsicoOncologo Ricercatore e docente del Centro di Terapia Strategica di Arezzo Professore a contratto Università degli Studi eCampus e Università degli Studi Link di Roma