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La battaglia di Camollia, cinquecento anni dopo: ecco il nuovo libro di Balestracci

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Qualcuno, non mi ricordo chi, ha detto che chi non ha idee e fantasia abbia a mente i centenari e le ricorrenze.

Sarà per questo che è venuta fuori l’idea di ricordare i cinquecento anni dalla battaglia di Camollia, un episodio che fa parte non secondaria del santorale memoriale civico senese, e al quale quest’anno sarà dedicato uno dei drappelloni del Palio.

Camollia, quella battaglia combattuta nel torrido pomeriggio del 25 luglio 1526, non fu una scaramuccia (ce la misero tutta, a Firenze, per presentarla come tale: Vettori nella lettera a Machiavelli, Guicciardini e altri ancora) ma una battaglia vera e propria. Presi alla sprovvista, ce la facemmo sotto di paura e i nostri scapparono a gambe levate fino a Castellina, scrissero gli storiografi fiorentini. Verissimo, ma non fu solo la paura a far scappare i soldati di Firenze e quelli del papa (già! O che ci faceva il papa?) che avevano messo l’assedio davanti alle fortificazioni di Camollia sbreccando a cannonate, giorno dopo giorno, il Torrazzo di Mezzo (non cercatelo: oggi non esiste più). Fu l’attacco impetuoso dei senesi che fece un bel po’ di morti e feriti e gettò nello scompiglio il campo fiorentino e papale (già! O che ci faceva il papa?).

Ma la battaglia non era frutto di una spedizione estemporanea, bensì il punto di arrivo di una serie di eventi politici che coinvolsero Siena, Firenze, il papa (già! O che ci faceva il papa?), l’Italia, la Francia, l’Impero. E non finì lì: una parte della guerra era andata al mare, nel senso che la flotta del papa (già! O che ci faceva il papa?) aveva attaccato la costa della Repubblica di Siena e lì continuò a far cagnara fino alla pace che non arrivò prima del 1529, quando il papa si decise a sloggiare e davanti alle onde del Tirreno tornò a garrire la balzana senese. Ah, vi state chiedendo che cosa ci faceva il papa? Beh: leggete il libro e lo saprete. Che vi devo dire tutto io?

Duccio Balestracci