La guerra in Iran e la crisi energetica, Gerlini: “Lo scenario è inedito. E siamo già oltre il baratro”
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Matteo Gerlini, docente del dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Siena, qual è l’effetto di questa crisi in Medio Oriente sul territorio italiano?
“L’effetto sul territorio italiano è quello che purtroppo sta diventando lentamente evidente per tutti. Siamo in una situazione completamente diversa rispetto al passato, faccia conto al ’73 e alle domeniche senza auto, per vari motivi: lo spazio comune europeo, il mercato degli idrocarburi e tutto il resto. Oggi siamo in una situazione in cui bisogna, a livello nazionale, accaparrarsi delle scorte per vedere se si riesce a “passare la nottata” prima di arrivare a razionamenti veri e propri. I razionamenti li hanno già introdotti in Slovenia, anche in via preventiva, per evitare speculazioni e acquisti transfrontalieri di carburante. Per ora ci è stato detto dal ministro dell’Ambiente che abbiamo risorse per un mese, scorte per un mese. Cosa succederà dopo non lo sappiamo, però già la notizia delle riduzioni di carburante negli aeroporti è un segnale.
Si parla di scenari inediti. Perché?
“Entriamo in un territorio incognito, e lo voglio ribadire: abbiamo dei precedenti, ma non sono precedenti di questo genere. Non si tratta di usare di più i mezzi pubblici o cose del genere. Serviranno piani concertati, ma soprattutto ci saranno riduzioni dell’offerta, della disponibilità. Questo è il problema grosso. Al netto del fatto che non è che tutto il combustibile venga da lì, però l’effetto è sul mercato e sulle linee di approvvigionamento. E questo è il problema principale”.
Ed il “lockdown energetico”? È uno scenario reale?
“Non ho letto nel dettaglio cosa si intenda, anche perché la parola lockdown richiama altri ricordi. Questo non è il Covid. Gli effetti sono difficilmente misurabili, perché non si tratta soltanto di far andare le automobili. Si tratta di tutto il settore produttivo: plastiche, filiere industriali, fino alla questione dei chip. L’alimentazione dei veicoli o degli aerei è solo una parte di questo sistema. Quindi non sappiamo cosa succederà. Lo scenario è drammatico perché gli effetti sulla produzione possono colpire anche settori in cui apparentemente non c’è un legame diretto, ma che risentono delle filiere che si interrompono”.
Siamo già oltre il punto di non ritorno o c’è margine?
“Siamo già con il piede oltre il baratro. Il problema è capire se questo baratro verrà gestito in modo tale da non caderci completamente dentro, ma da riuscire a rimanere in equilibrio. Altrimenti non potremo più fare affidamento su queste linee di rifornimento e dovremo ripensare l’intera produzione e la ricchezza del Paese. Anche il turismo ne risentirà: scordiamoci il low cost per l’accesso al carburante aereo così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Questo sta già succedendo in Asia e, se la situazione continua, arriverà anche da noi”.
Nella vita quotidiana cosa potrebbe cambiare?
“A partire da un aumento dei costi e da possibili razionamenti. Anche senza interventi diretti, ci sarà una riduzione dei consumi, perché non ci si potrà più permettere di usare l’automobile o di volare come prima. E questo avrà effetti a catena. Anche la produzione elettrica entrerà in un mondo complesso, con costi più alti. Servirà una forte volontà politica, perché il mercato, in una situazione del genere, deve essere limitato. Altrimenti sarà una riduzione spontanea dei consumi, con conseguenze su tutta l’economia, compreso l’agroalimentare, visto il ruolo degli idrocarburi anche nei fertilizzanti. Il rischio principale, per usare un termine economico, è la stagflazione”.