Riceviamo e pubblichiamo integralmente la riflessione che segue:
“C’è un momento preciso, a Siena, in cui il tempo smette di essere una convenzione da orologiai e diventa un dogma. È quell’istante maledetto e sublime in cui il cavallo raschia il tufo con lo zoccolo, il fantino stringe i denti e la Piazza trattiene il fiato nei polmoni. In quell’istante cessa il mondo. Non ci sono ricchi, non ci sono poveri, non ci sono padroni. C’è solo la Regola. Quella legge cieca e sovrana che da secoli garantisce a questo popolo che la fortuna e il coraggio non si comprano al mercato.
Perché il Palio non è una corsa di cavalli per far divertire i turisti con la macchina fotografica al collo. È un patto di sangue. Un patto sacro, antico, tramandato di padre in figlio come una promessa che non si può tradire senza perdere l’onore. E proprio perché è un patto sacro, io vi dico che non può tollerare le vostre piccole, misere furbizie di corridoio.
Ieri l’Aquila ha vinto. Ha pianto, ha urlato, ha spezzato un digiuno lungo trentaquattro anni. Ho visto quegli abbracci, ho visto quelle lacrime e mi si è stretto il cuore dal rispetto. Nessuno osi toccare quella gioia. Nessuno. Ma la verità, sapete, non è una cortigiana che chiede il permesso prima di entrare nella stanza del trono. Si piazza davanti agli occhi, nuda e cruda, anche durante la festa. Soprattutto durante la festa.
E la verità di ieri ha la forma di un fotogramma osceno che continua a graffiarmi la mente: un uomo fa un cenno con la testa, un altro uomo ubbidisce calando il canapo, e la mossa viene data buona mentre la rincorsa è ancora fuori. Poi il fragore, poi il boato, poi la farsa.
Vi domando: chi ha dato la mossa ieri sera? Il mossiere o il fantino?
Sarebbe troppo comodo prendersela solo con Giovanni Atzeni. Atzeni fa il suo mestiere di predatore. Vede il vuoto e lo occupa, vede il potere e lo azzanna, sposta il limite un centimetro alla volta finché il limite scompare. I predatori fanno così da che mondo è mondo. La colpa vera, la colpa storica e imperdonabile, è di chi quel limite ha smesso di difenderlo.
Questa Piazza non appartiene ai fantini mercenari né ai capitani che giocano a fare i piccoli Machiavelli nei vicoli. Appartiene a quella terra che da secoli raccoglie, attorno a Fonte Gaia e sotto lo sguardo della Torre del Mangia, le vostre preghiere e le vostre bestemmie più feroci. Appartiene a chi passa le notti in economia a preparare la festa senza sapere se vincerà mai, al vecchio che custodisce il fazzoletto come una reliquia, al bambino che impara il ritmo del tamburo prima ancora dell’alfabeto. Loro sono il Palio. Loro, non il vostro “sistema”.
Ma il potere ha questo di terribile: vi si infila in casa in punta di piedi. Un silenzio oggi, una giustificazione domani, una nerbata alle regole ieri. E alla fine, l’osceno vi diventa familiare. Vi guardate allo specchio e trovate normale quello che fino a pochi anni fa avrebbe scatenato una rivoluzione sul tufo. È così che muoiono le patrie e le tradizioni. Non per un’invasione straniera, ma per la cancrena del silenzio-assenso. Quando preferite difendere la messinscena pur di non guastarvi il brindisi.
Le vostre bandiere continueranno a sventolare, i tamburi a rullare e i cavalli a correre. Ma senza la certezza della legge, il Palio smette di essere quel miracolo civile che ha sfidato i secoli. Diventa uno spettacolo di plastica. Una splendida recita. Vuota.
Il re è nudo. E non è nudo perché è forte – i forti ci sono sempre stati. È nudo perché la corte ha imparato ad amarlo, a giustificarlo, ad accettare che il peso di un uomo valga più di una legge scritta. L’abitudine al compromesso è il vostro vero nemico.
Svegliati, Siena. Perché il giorno in cui accetterete definitivamente che un uomo possa essere più grande della Piazza, non sarà caduto solo un pezzo di corda. Sarà caduta la vostra dignità. E le idee calpestate, ricordatevelo bene, nessun cavallo da corsa le ha mai rialzate.
Ma c’è una cosa che i re, i cortigiani e i mercenari dimenticano sempre, nella loro febbrile e minuscola sete di controllo. Passano i fantini, passano i capitani, passano i governi e passano gli imperi. Ma quel tufo resta lì, imperturbabile a testimoniare la miseria degli uomini e l’immensità della storia. Potete truccare un fotogramma, potete comprare un silenzio, potete piegare un mossiere. Ma non potrete mai addomesticare l’anima profonda di questa nobile tradizione. Perché alla fine, quando la polvere si posa e la verità reclama il suo conto, c’è un’unica certezza che spazza via ogni vostra misera strategia: il Palio è, e sarà sempre, infinitamente più grande di tutti gli uomini”.
Pulcesca