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La violenza come fallimento educativo

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Scrivere una “lista stupri” su un muro di una scuola non è una bravata né un gesto isolato di cattivo gusto: è il risultato di un fallimento educativo profondo, sistemico. Dal punto di vista psicologico, questi atti non nascono solo dall’ignoranza. L’uso della violenza è spesso uno strumento di potere, di autoaffermazione e di regolazione del vuoto interno. Il linguaggio diventa il primo luogo in cui la violenza prende forma, perché consente di ferire senza esporsi immediatamente alle conseguenze fisiche e morali del gesto, e proprio per questo rappresenta un passaggio cruciale nella traiettoria che conduce dalla parola all’azione.

Come spiega Giorgio Nardone nel suo libro Adolescenti in bilico, molti adolescenti contemporanei vivono sospesi tra onnipotenza e fragilità estrema, incapaci di tollerare la frustrazione e privi di limiti interiorizzati stabili. In assenza di confini chiari, l’agito sostituisce il pensiero: non si elabora il disagio, lo si mette in scena. La scritta violenta non è soltanto un semplice atto stupido.

La parola “stupro” colpisce in profondità e trasforma l’altro in oggetto. Le ragazze nominate vengono percepite come oggetti. Questo è il punto più inquietante: non siamo di fronte a una trasgressione, ma a una mente che ha già normalizzato la deumanizzazione.

In questo quadro, la scuola non è solo il luogo in cui il gesto avviene, ma il simbolo di una responsabilità più ampia. Un sistema educativo che si limita a trasmettere nozioni, evitando il conflitto, la frustrazione e il tema dei limiti per paura di apparire repressivo
, finisce per produrre l’effetto opposto: giovani disorientati, emotivamente analfabeti, che scambiano la libertà per assenza di regole e la forza per dominio. Come sottolinea Nardone, l’adolescente senza confini non diventa più libero, ma più fragile, e la fragilità non contenuta tende a trasformarsi in aggressività.

Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che richiama i giovani alla responsabilità e alla costruzione consapevole del futuro, assumono qui un valore che va oltre l’appello civico: la responsabilità è una funzione psicologica prima ancora che sociale, è la capacità di riconoscere l’altro come limite e come valore. Senza questa funzione, nessuna educazione può dirsi riuscita.

Punire gesti di questo tipo è necessario, ma non sufficiente. Senza un lavoro serio su empatia, confini emotivi, assunzione di responsabilità e significato delle parole, la violenza continuerà a manifestarsi prima nel linguaggio e poi nei comportamenti.

Jacopo Grisolaghi