L’effimero sostanziale: a Palazzo delle Papesse una conferenza sui banchetti rinascimentali

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Cibo, arte e ritualità sociale: come si cenava alla corte dei signori del Rinascimento? Se ne parlerà mercoledì 30 settembre, alle ore 18, a Palazzo delle Papesse durante l’incontro, a ingresso libero, “L’effimero sostanziale. Cibo, convivialità e allestimenti nei banchetti rinascimentali”.

A condurre la conferenza sarà Luca Priori, laureato in Gastronomia, Ospitalità e Territori, specializzato nello studio della cucina storica e delle sue implicazioni antropologiche. Priori è anche una delle firme di “I dodici ghiotti”, l’apprezzata cookzine online che si occupa di storia e costume della gastronomia avvalendosi della collaborazione di rinomati studiosi e ricercatori. La conferenza si collega alla mostra “Abitare il Rinascimento” in corso a Palazzo delle Papesse, che espone numerose maioliche dipinte del XVI secolo e uno strepitoso servito da tavola del 1470 circa (composto da otto piccoli coltelli decorati a niello e un coltello d’assaggio).

Durante la conferenza, il relatore guiderà il pubblico attraverso una serie di opere d’arte che ritraggono conviti e festeggiamenti dell’epoca. Il focus della lezione approfondirà i menù dei banchetti nobiliari, le rigide regole del galateo e l’allestimento scenografico delle sale. L’obiettivo è svelare come la gastronomia rinascimentale non fosse solo nutrimento, ma una vera e propria rappresentazione sociale e classista del potere. Un banchetto di successo era un potente strumento politico e diplomatico: un mezzo per garantire alla famiglia prolifici accordi economici o alleanze dinastiche, assicurandosi al contempo il prezioso consenso del clero. Nel Cinquecento, l’intera Europa guardava all’Italia, “copiando” lo stile delle corti degli Este e dei Gonzaga, così come lo sfarzo dei convivi della Roma papale: magnificentia et splendor erano le parole d’ordine dell’epoca; meraviglia e artificio scenografico dovevano infatti testimoniare la rispettabilità e l’autorità del signore. È in questo contesto che nelle sale dei banchetti fanno la loro comparsa le strabilianti credenze di mostra.

Sopra di esse, dopo essere state rivestite con tessuti pregiati, venivano esposti i fastosi orpelli della casata: ori, argenterie, cristalli, maioliche, ceramiche, lapislazzuli e vasi intarsiati ricolmi di gemme preziose. Al contempo, i convitati potevano ammirare sui tavoli le candide ed eteree sculture di zucchero, note come “trionfi”, assolutamente centrali nella concezione estetica del tempo: figure mitologiche, classiciste o animalesche vi facevano bella mostra di sé, in un tripudio visivo senza pari. Anche l’arte della piegatura dei tovaglioli, con il suo caratteristico gioco di pieghe, ombre e luci, concorreva alla realizzazione di quella sorta di teatro totale che era il banchetto rinascimentale italiano. I bianchissimi lini, inamidati e modellati in mille fogge — animali, statue, vascelli o elementi naturali —, dominavano i tavoli prima dell’arrivo delle pietanze.

La ricercata ostentazione degli allestimenti, la selezione dei cibi, la spettacolarizzazione delle portate e le rigide norme dell’etichetta furono gli artefici diretti di una vera e propria glorificazione del bello: un bello transitorio ma al contempo sostanziale, poiché le sorti d’Europa si sono spesso decise proprio a tavola. Il banchetto rinascimentale, seppur forma d’arte effimera, era letteralmente una «tavola da guardare», ma anche un enorme investimento economico per l’anfitrione, a cui doveva corrispondere un adeguato ritorno in termini di prestigio e potere.