“Quello che è accaduto alla scuola Sarrocchi di Siena, dove è stata trovata in un bagno una “lista stupri”, non può lasciarci indifferenti. Non tanto per l’episodio in sé, ma per ciò che racconta della società in cui viviamo, del modo in cui stiamo crescendo le nuove generazioni, del vuoto educativo che stiamo lasciando attorno ai temi delle relazioni, del rispetto e della responsabilità”.
Così il segretario del Pd di Siena Rossanna Salluce in merito alla lista stupri che è stata trovata in una parte di un bagno della scuola. La notizia è stata anticipata dal nostro giornale
“C’è qualcosa di profondamente inquietante nel fatto che la parola “stupro” possa essere scritta, elencata, organizzata come fosse un gioco, una sfida, una provocazione. È inquietante perché lo stupro non è una parola astratta: è violenza reale, è distruzione di vite, è trauma, è esercizio di potere sui corpi. Quando diventa linguaggio leggero, quando viene usata senza peso, significa che qualcosa si è rotto nel nostro modo di trasmettere il valore della dignità umana – ha aggiunto Salluce -. Questo non riguarda solo “chi ha scritto quella lista”. Riguarda tutti noi. Riguarda la cultura che produciamo, i messaggi che lasciamo circolare, il silenzio che spesso accompagna il sessismo, la pornografia violenta, la normalizzazione della sopraffazione. Riguarda una società che fatica a parlare di emozioni, di consenso, di limiti, di rispetto, e poi si stupisce quando questi vuoti si trasformano in linguaggi di violenza”.
“Preoccupa pensare che ragazze e ragazzi crescano in un mondo dove il corpo dell’altro può essere nominato come territorio di conquista, dove la violenza può essere evocata senza comprenderne davvero il significato – ha proseguito-. Preoccupa perché significa che stiamo lasciando soli i più giovani davanti a immaginari potenti e distorti, senza strumenti per decifrarli, senza parole per costruire relazioni sane, senza spazi in cui interrogarsi su cosa sia davvero il desiderio, la libertà, il rispetto. La scuola dovrebbe essere uno di questi spazi. Non solo luogo di istruzione, ma luogo di crescita umana, di formazione affettiva, di educazione alla relazione. E invece troppo spesso su questi temi regna il silenzio, la paura di “entrare in questioni delicate”, la rinuncia a un compito educativo che è invece centrale.L’educazione affettiva non è un’aggiunta marginale ai programmi scolastici. È una necessità profonda del nostro tempo. È ciò che permette di parlare di consenso, di emozioni, di conflitto, di rispetto dei confini, di responsabilità verso l’altro. È ciò che aiuta a riconoscere che i corpi non sono oggetti, che la relazione non è possesso, che la forza non è dominio”.
“Senza questa educazione lasciamo spazio al vuoto. E il vuoto viene riempito da modelli violenti, da linguaggi sessisti, da una cultura che trasforma la sopraffazione in normalità – prosegue-. Quanto accaduto al Sarrocchi dovrebbe spingerci a fermarci e a chiederci che società stiamo costruendo. Dovrebbe interrogarci su quanto siamo disposti davvero a prenderci cura delle nuove generazioni, non solo proteggendole, ma accompagnandole nella complessità delle relazioni umane. Perché la violenza non nasce all’improvviso. Nasce dove manca la parola, dove manca l’ascolto, dove manca un’educazione al sentire e al rispettare. E se vogliamo una società più giusta, più libera, più sicura per tutte e tutti, dobbiamo avere il coraggio di partire da lì: dall’educazione affettiva come responsabilità collettiva, come atto di cura verso i nostri ragazzi e verso il futuro che stiamo costruendo insieme”.