“Mai ricevuto un euro”: Lachi trasforma il caso dei terreni della Siena-Bettolle in una petizione

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Dalla terra comprata per realizzare il sogno di fare il contadino a una battaglia che, quasi trent’anni dopo, cerca adesso la forza delle firme. È un nuovo capitolo della vicenda di Massimo Lachi, raccontata da Siena News lo scorso 22 agosto: una storia iniziata nel 1987 con l’acquisto di circa cento ettari e precipitata, secondo la sua ricostruzione, dieci anni più tardi con gli interventi legati alla Siena-Bettolle.

Adesso Lachi porta quella battaglia su openPetition. La raccolta si intitola “28 anni – 0 lire – 0 euro – esilio: giustizia per Massimo Lachi” e ha raggiunto, secondo l’aggiornamento fornito dallo stesso promotore, 273 firme, con un obiettivo fissato a 500. La sottoscrizione resterà aperta fino al 23 gennaio 2027 ed è indirizzata ad Anas, Ministero dei Trasporti, Corte europea dei diritti dell’uomo, Presidente della Repubblica e Consiglio superiore della magistratura.

Nella petizione Lachi ripercorre nel dettaglio la propria versione dei fatti. Racconta che nel 1997 Anas avrebbe occupato d’urgenza una parte della sua azienda agricola e che nel 2002, con la chiusura degli accessi, l’attività sarebbe stata di fatto divisa in tre parti. Una porzione di circa 14 ettari, sostiene, sarebbe rimasta interclusa tra il fiume Ombrone e la superstrada, raggiungibile attraverso un guado che afferma essere inutilizzabile dal 2004. Lachi ricorda inoltre la promessa di un ponte, poi dichiarato non realizzabile nel 2017. Sono tutte circostanze esposte dal promotore nella petizione e quindi da attribuire alla sua ricostruzione.

“Non mi hanno dato né una Lira né un Euro di indennizzo”, scrive Lachi, che elenca poi un percorso giudiziario e amministrativo durato decenni: ricorsi al Tar di Firenze, Consiglio di Stato, perizie, applicazione dell’articolo 42-bis del Testo unico sugli espropri, procedimenti davanti al Tribunale di Siena ed esposti in Procura. Nella petizione riferisce anche di avere subito, durante dodici anni di gestione di un impianto tipo Autogrill, numerosi furti e intimidazioni.

Il racconto si allarga alle conseguenze che, secondo Lachi, questa vicenda avrebbe avuto sulla sua vita e sulla possibilità di continuare a lavorare. Sostiene che siano intervenuti ulteriori problemi riguardanti accessi, classificazione catastale degli immobili, tassazione, pignoramenti e fermi amministrativi. Oggi vive in Tunisia, condizione che nella petizione definisce un “esilio”, affermando di sopravvivere grazie ai propri risparmi.

Due, alla fine, le richieste formulate. La prima è rivolta a Governo e Anas, ai quali Lachi chiede l’apertura di un tavolo per arrivare a un risarcimento. La seconda è un appello a un avvocato affinché lo aiuti a portare la vicenda davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

È dunque la prosecuzione pubblica di quella battaglia che Lachi aveva già anticipato al nostro giornale: dopo quasi trent’anni trascorsi tra terreni, carte e tribunali, adesso prova a trasformare la propria storia personale in una mobilitazione collettiva.