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Mercosur, Coldiretti Siena: “Servono regole uguali per tutti”

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“Nessuno è contro gli accordi commerciali, ma senza regole uguali per tutti il prezzo lo pagano le nostre imprese e i consumatori”. Così Simone Solfanelli, direttore della Coldiretti Siena, sul Mercosur, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Paesi del Sud America, tornato al centro del dibattito nelle ultime settimane.

“Nessuno pensa di limitare il libero mercato – chiarisce Solfanelli – ma servono regole, e per noi devono essere regole di reciprocità. I medesimi standard produttivi e qualitativi adottati in Europa devono valere anche nei Paesi da cui importiamo i prodotti”. In caso contrario, avverte  il direttore di Coldiretti Siena, “si creano condizioni di concorrenza sleale che mettono in difficoltà le nostre imprese”. Un problema che riguarda direttamente anche il territorio senese.

“Le aziende agricole italiane – prosegue Solfanelli – producono con standard elevati e con costi ben diversi da quelli con cui si produce in Brasile, in Paraguay o in altri Paesi del Sud America. Questo squilibrio rischia di compromettere la tenuta di interi comparti”. C’è poi il fronte della sicurezza alimentare. “In alcuni di questi Paesi – sottolinea – sono ancora consentiti fitofarmaci vietati in Europa da quarant’anni perché nocivi per la salute. Dall’altro lato, quindi, si mette in discussione la tutela dei consumatori”. Una preoccupazione aggravata dal sistema dei controlli: “In Italia controlliamo solo circa il 3 per cento delle merci che entrano nel Paese. È evidente che diventa difficile garantire piena sicurezza”.

Per Coldiretti Siena, dunque, l’accordo va rivisto. “Noi vogliamo che il Mercosur venga cambiato e migliorato, perché così com’è non ci piace per niente”. E il messaggio finale è chiaro: “Difendere l’agricoltura significa difendere il lavoro, la qualità del cibo e l’identità dei territori. Senza reciprocità, questi valori vengono messi a rischio”.

Spazio poi anche alla Pac, la politica agricola comune: “Non vogliamo che questo sistema venga smantellato, non vogliamo riduzioni di risorse, perché ciò significherebbe ridurre la capacità delle imprese di produrre cibo e di produrre cibo sano. Non possiamo pensare di spostare risorse dal cibo al riarmo. Questo è il nodo politico della questione: non è solo un tema economico, ma anche sociale. La PAC serve alle imprese per produrre cibo; spostare fondi su altri capitoli è qualcosa che ci trova contrari”.

MC