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Moni Ovadia a Santo Spirito: Moby Dick attracca in carcere (e non affonda)

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A Siena, le cose belle spesso succedono senza clamore: accadono e basta, come se fosse normale che la cultura entri dove di solito entrano solo le regole. È successo anche oggi, sabato 21 febbraio, nel teatro della Casa Circondariale di Santo Spirito, grazie alla collaborazione ormai consolidata tra CPIA1 di Siena, C.C. di Santo Spirito e Teatri di Siena, nella persona del direttore Vincenzo Bocciarelli.

L’ospite era Moni Ovadia, in questi giorni in scena ai Rinnovati con “Moby Dick”: regia di Guglielmo Ferro, adattamento di Micaela Miano, scenografie di Fabiana di Marco. Ma oggi la balena bianca ha cambiato mare: è entrata tra le sedie di un teatro “interno”, davanti a circa 25 detenuti, e l’incontro si è fatto subito umano prima ancora che artistico.

Ovadia è una persona particolare, e non solo per la carriera: nato in Bulgaria, emigrato con la famiglia a Milano a tre anni, grande difensore dei diritti civili e sociali. Uno così non può che parlare con una libertà rara, quella che non chiede permesso. E infatti ha dialogato a ruota libera partendo dal tema delicato di Gaza, senza risparmiarsi: America, NATO, Russia, fino al nodo vivo dell’emigrazione, che lui ha attraversato in prima persona.

Ha detto una cosa semplice e spiazzante: se vivessimo tutti “da stranieri tra stranieri”, molti conflitti perderebbero senso. E per ricordarci quanto siamo stati anche noi “gli altri”, ha richiamato un dato che pesa: nel solo ’900 circa 30 milioni di italiani sono emigrati, verso l’America, la Francia, il Belgio… senza dimenticare l’emigrazione interna dal Sud e dall’Italia orientale verso Piemonte e Lombardia, verso l’Italia ricca.

Ma il cuore dell’incontro è stato un altro: la convinzione, ribadita più volte, che il carcere debba essere un luogo di reinserimento, non di vendetta. La privazione della libertà, in democrazia, è già punizione sufficiente. E allora Ovadia ha ascoltato le storie di tre detenuti: un tunisino, un moldavo, un rumeno. E ha parlato con loro in russo e in francese—tra le circa dieci lingue in cui si destreggia—come a dire, senza proclami: ti raggiungo dove sei, non ti chiedo di diventare altro per essere ascoltato.

È stato un incontro di un’umanità sincera, non costruita. Moni Ovadia se n’è andato portandosi via un ricordo che, nonostante di carceri ne abbia visti tanti, conserverà gelosamente. Con la promessa di tornare.

Claudio Marini