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“No all’imbuto formativo”, a Siena la protesta dei medici “camici grigi”
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Dopo una settimana dalla manifestazione nazionale a Siena i medici scendono nuovamente in piazza contro l’imbuto formativo. In piazza Salimbeni a Siena, non sono solo presenti i tanti giovani in attesa della specializzazione ma anche il presidente dell’Ordine di Siena, il dottor Roberto Monaco.
Tanti volti, ma la richiesta è una sola: dare la possibilità ai medici formati di proseguire nel proprio percorso dando accesso alle specializzazioni, superando la condizione in cui si trovano tante persone dopo avere conseguito la laurea in medicina e l’abilitazione, quella di trovarsi in un limbo di inoccupazione.
“I giovani medici -esordisce il dottor Monaco- non sono studenti, sono professionisti che stanno lavorando nelle Usca, nelle rsa, nei servizi di continuità assistenziale. La burocrazia li ha messi in un recinto da cui non riescono ad uscire; la nostra richiesta è che ad ogni laurea corrisponda una borsa di studio e non si debba più finire dentro l’imbuto formativo”. Il presidente dell’ordine dei medici di Siena continua spiegando che “ogni giovane medico costa allo stato intorno a 120mila euro, quanto una macchina di lusso. Noi abbiamo migliaia di macchine di lusso ferme in garage e che probabilmente andranno a fare la fortuna di altri paesi”.
Monaco infine conclude lanciando un appello: “In Europa nei prossimi anni mancheranno 230mila medici, quale posto è migliore dell’Italia per andare a prenderseli? In Italia riusciamo a formare grandi professionisti che però restano inoccupati: la nostra priorità deve essere evitare che questo enorme capitale umano fugga all’estero”.
Sull’argomento si è anche espresso Nicola Pelusi, medico, membro dell’associazione “Chi si cura di te?”. L’associazione si batte per dare la possibilità a tutti i medici di completare il proprio percorso formativo. “Quest’anno 24mila medici hanno partecipato ad un concorso per diventare medici specialisti. Senza questo titolo è impossibile assumere un ruolo in pianta stabile nel servizio sanitario nazionale, e si è condannati a questo limbo che noi chiamiamo dei camici grigi”.