Psicologia del tatuaggi: l’esibizione dell’anticonformismo può diventare la forma più diffusa di conformismo?

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D’estate il corpo si scopre e, sulle spiagge, compaiono tatuaggi di ogni forma: nomi, date, frasi, animali, simboli orientali, ali, cuori, bussole, fiori e figure geometriche. Il mare diventa una galleria a cielo aperto, nella quale ciascuno sembra esporre un frammento della propria identità. Dietro un tatuaggio può esserci una storia autentica: il ricordo di una persona amata, una perdita, una nascita, una malattia superata, una cicatrice trasformata o un passaggio decisivo della vita. Sarebbe quindi superficiale giudicare chi è tatuato o attribuirgli automaticamente una particolare personalità. Il tatuaggio non è una diagnosi e il suo significato dipende sempre dalla storia individuale.

Eppure, osservando la sua straordinaria diffusione, è legittimo porsi una domanda: siamo ancora davanti a un gesto di trasgressione e libertà oppure, nella maggior parte dei casi, a una moda? Il paradosso è evidente. Molti scelgono di tatuarsi per distinguersi, ma lo fanno attraverso un comportamento condiviso da milioni di persone. Si desidera affermare la propria unicità ricorrendo spesso agli stessi simboli: la fenice per la rinascita, il leone per la forza, la bussola per la ricerca della propria strada, l’infinito per un legame eterno. Già il sociologo Georg Simmel aveva individuato nella moda una tensione tra imitazione e differenziazione. La definiva “una forma di imitazione e quindi di uguaglianza sociale”, che nello stesso tempo alimenta il desiderio di distinguersi. È qui che l’esibizione dell’anticonformismo rischia di trasformarsi nella forma più diffusa di conformismo. La nuova norma non impone più soltanto di adeguarsi, ma anche di apparire originali, liberi, ribelli e irripetibili. Essere diversi diventa un obbligo sociale, mostrarsi anticonformisti, una modalità prevista e approvata per stare nel gruppo.

Il tatuaggio può allora funzionare come una divisa dell’individualismo: proclama “io sono unico”, ma lo fa attraverso un linguaggio collettivo, immediatamente riconoscibile e spesso replicato. È una ribellione rassicurante, perché non espone realmente al rischio dell’esclusione. Permette di sentirsi differenti continuando ad appartenere. La società dei social network ha accentuato questa dinamica. Non ci limitiamo più a vivere la nostra identità: sentiamo di doverla mostrare, raccontare e rendere visibile. Il corpo diventa una sorta di profilo permanente, una vetrina sulla quale esporre valori, emozioni e appartenenze. Ma dichiarare una qualità non significa necessariamente possederla. È più semplice tatuarsi la parola “libertà” che affrontare il costo delle scelte libere, incidere “resilienza” che attraversare realmente la sofferenza, esibire un simbolo di forza che riconoscere la propria fragilità. Il segno può diventare una scorciatoia identitaria: mostra ciò che siamo, ma talvolta anche ciò che vorremmo essere.

Nietzsche condensò il problema dell’autenticità nell’invito a “diventare ciò che si è”, espressione richiamata anche nel sottotitolo di Ecce Homo. Ma diventare se stessi implica un percorso faticoso e interiore, non soltanto una dichiarazione esteriore. L’identità non nasce da ciò che mostriamo, ma dalle decisioni che prendiamo, dalle responsabilità che assumiamo e dal modo in cui attraversiamo le esperienze. C’è poi il tema della permanenza. Il tatuaggio fissa sulla pelle un’identità che, al momento della scelta, sembra definitiva. Ma la persona cambia, mentre il segno rimane. Come scriveva Kierkegaard, “la vita può essere compresa solo all’indietro, ma deve essere vissuta in avanti”. Ciò che oggi appare essenziale domani potrebbe essere percepito come il ricordo di una versione ormai lontana di noi stessi.

L’estate rende pubblico ciò che durante l’inverno resta nascosto. Tuttavia, non tutto ciò che è visibile è autentico e non tutto ciò che è autentico ha bisogno di essere esibito. La pelle può raccontare una storia unica, custodire un dolore o celebrare una rinascita. Ma può anche ripetere il linguaggio della moda. Ed è questo il paradosso contemporaneo: nel tentativo di sottrarci alla norma, finiamo talvolta per aderire alla norma più potente del nostro tempo, quella che ci impone di sembrare diversi.

Dott. Jacopo Grisolaghi

Psicologo, Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Psicologia, Sessuologo, PsicoOncologo
Ricercatore e docente del Centro di Terapia Strategica di Arezzo
Professore a contratto Università degli Studi eCampus e Università degli Studi Link di Roma

www.jacopogrisolaghi.com
@dr.jacopo.grisolaghi