Quando il femminicidio del figlio collassa l’identità e trasforma la vergogna in destino
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C’è un punto, nelle tragedie collettive, in cui il dolore smette di essere solo dolore e diventa una forza che ridefinisce le persone: non più individui, ma simboli; non più volti, ma etichette; non più esseri umani, ma “colpe in circolazione”; è in questo punto che può accadere l’impensabile, come è avvenuto in un recente
drammatico fatto di cronaca.
Da un punto di vista psicologico, qui non si tratta di spostare il fuoco dal reato (che resta assoluto e imperdonabile sul piano etico e giuridico), ma di capire la sequenza che può portare due genitori a percepire la propria esistenza come non più abitabile: non un gesto “inspiegabile”, ma un
collasso costruito per accumulo, come una diga che cede dopo giorni di pioggia e crepe invisibili. Il primo mattone di questa sequenza è la frantumazione
dell’identità genitoriale: per molti genitori, “essere madre” o “essere padre” non è un ruolo, è un pilastro ontologico (“se mio figlio è un uomo, allora io ho fatto
qualcosa di giusto”), e quando quel figlio compie un omicidio il pilastro si rovescia in una sentenza interiore (“se lui ha fatto questo, io sono il fallimento che lo ha reso possibile”).
La mente, davanti all’orrore, cerca una causalità che dia senso, e spesso la trova dove fa più male: dentro di sé. Nasce così una colpa non penale ma identitaria, che non riguarda un’azione (“ho sbagliato quella scelta”), bensì un’essenza (“sono sbagliato”), e quando la colpa diventa essenza si trasforma rapidamente in vergogna e la vergogna, più della colpa, è la materia prima del suicidio, perché non chiede riparazione, chiede sparizione. Il secondo mattone è lo stigma per associazione, ciò che la letteratura chiama “stigma by association” o “courtesy stigma”: la disapprovazione pubblica si propaga dal colpevole ai suoi legami, riducendo sostegno, opportunità, appartenenza, e generando isolamento e ritiro.
Non è un’opinione, è un dispositivo sociale prevedibile: quando la comunità non riesce a contenere un atto intollerabile, produce un “contagio simbolico” e cerca un colpevole allargato, perché la punizione diffusa dà un’illusione di controllo. Qui la pressione viene amplificata dai social in forma di umiliazione pubblica permanente: pensiamo all’eco di messaggi feroci come “hai partorito un mostro”. Terzo mattone: la ferita morale. Quando un evento viola il sistema di valori fondamentale di una persona, il dolore non è solo tristezza, è disorientamento etico (“il mondo non è più quello che credevo”), disgusto, autodisprezzo, e talvolta desiderio di espiazione.
La ricerca su “moral injury” descrive proprio questo: emozioni come vergogna, colpa e isolamento possono diventare un terreno fertile per disperazione e rischio suicidario, specialmente quando la persona sente di non avere più un posto nella propria comunità. Nel caso dei genitori di un femminicida, la ferita morale è doppiamente paradossale: devono reggere insieme due verità incompatibili — “è mio figlio” e “ha fatto l’irreparabile” — e quando la psiche non riesce a integrare l’ambivalenza, tende a semplificare in modo estremo: o negazione (“non può essere vero”) o autoannientamento (“se è vero, io non posso stare al mondo”). Quarto mattone: il lutto impossibile e traumatico.
Qui si piange la vittima, ma si piange anche il figlio “come lo si pensava”, la famiglia “come doveva essere”, il futuro “come era stato immaginato”; ed è un lutto stigmatizzato, cioè un lutto senza diritto di cittadinanza emotiva (“non puoi piangere, perché sei dalla parte sbagliata”), una condizione che in letteratura è associata a maggior rischio di complicazioni del lutto, depressione, sintomi traumatici e ritiro sociale.
Quinto mattone: la costrizione cognitiva tipica delle crisi suicidarie. E’ fisiologia della disperazione: insonnia, iperarousal, ruminazione (“se avessi… se avessimo…”), derealizzazione e soprattutto restringimento delle alternative. Shneidman parlava di “psychache”, il dolore psicologico insostenibile che spinge la mente a cercare un unico pulsante di stop; quando la sofferenza supera la soglia di tolleranza, il suicidio viene percepito non come morte, ma come interruzione del dolore. E’ qui che il suicidio può assumere funzioni distorte ma “coerenti” nella logica interna della persona: espiazione(“paghiamo noi”), riparazione simbolica (“ridiamo equilibrio”), protezione dei superstiti (“liberiamo l’altro figlio dall’infamia”), controllo (“decidiamo noi la fine, invece di subire la gogna”); e quando questa logica si chiude, ogni voce esterna diventa rumore, ogni supporto sembra insufficiente, ogni futuro appare contaminato. Sesto mattone, spesso sottovalutato: la dinamica di coppia.
Quando due genitori crollano insieme, può attivarsi una spirale di co-ruminazione (“ne parliamo, ci disperiamo, ci confermiamo”), in cui l’uno diventa la prova vivente dell’irrimediabile dell’altro. E’ sincronizzazione del panico: se entrambi percepiscono di non avere più appartenenza né dignità, la coppia può trasformarsi da fattore protettivo a cassa di risonanza della disperazione. Allora la domanda non è solo “perché è successo?”, ma “quali leve interrompono la sequenza prima che diventi irreversibile?”. In queste dinamiche complesse occorrono strategie multilivello.
Da un punto di vista clinico, relazionale, comunicativo, istituzionale e comunitario, educando a una “pedagogia collettiva”, condannando cioè il reato senza trasformare l’odio in sport sociale, perché l’odio non ripara, moltiplica soltanto le perdite. Per questo parlare della condizione psichica dei genitori che si suicidano non significa dare loro “attenuanti morali”, ma riconoscere la meccanica della distruzione quando la vergogna diventa pubblica, la colpa diventa identità e l’appartenenza si spegne: in termini di rischio suicidario, è esattamente la combinazione più pericolosa descritta anche da modelli contemporanei, dove sentirsi un peso e sentirsi esclusi, soprattutto se percepiti come “immutabili”, può alimentare desiderio di morte.
Dott. Jacopo Grisolaghi
Psicologo, Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Psicologia, Sessuologo, PsicoOncologo Ricercatore e docente del Centro di Terapia Strategica di Arezzo Professore a contratto Università degli Studi eCampus e Università degli Studi Link di Roma www.jacopogrisolaghi.com @dr.jacopo.grisolaghi