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Se gli adulti fanno i ragazzi, i ragazzi restano soli

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Il punto non è che i ragazzi siano cambiati.

Il punto è che oggi, sempre più spesso, sono gli adulti a non voler più fare gli adulti. Si vestono, parlano, si raccontano inseguendo una giovinezza che non appartiene loro. Questo paradosso non è una semplice moda: è una resa culturale. La conseguenza? Quando l’adulto smette di occupare il proprio posto, lascia i giovani senza un riferimento, senza modelli di riferimento.

Questo non vuol dire fare i nostalgici o rimpiangere vecchi modelli autoritari. Significa riconoscere un fatto: si sta svuotando la funzione educativa. Sta venendo meno quella capacità di dare il limite, di assumersi la responsabilità di dire “no”, tollerare di non piacere. In una parola: manca la giusta distanza. E senza distanza non c’è educazione, non c’è orientamento, non c’è crescita. Per anni abbiamo pensato che il problema fosse l’eccesso di autorità. In molti casi era vero. Ma nel tentativo di archiviare rigidità e freddezza, siamo finiti spesso all’estremo opposto: adulti che temono il conflitto, che non vogliono frustrare, che preferiscono essere accettati piuttosto che essere credibili.

Così facendo, incapaci di mettere limiti, il ruolo si ammorbidisce, fino a sparire. Donald Winnicott lo aveva spiegato con chiarezza: per crescere serve un ambiente stabile, affidabile, capace di contenere senza schiacciare. Non basta essere vicini, bisogna saper essere guide. Non basta capire, bisogna segnare la rotta. Se l’adulto si dissolve, il ragazzo non si sente più libero: si sente più solo e insicuro, senza direzione. Zygmunt Bauman, descrivendo la “modernità liquida”, aveva colto proprio questa fatica a essere stabili. Ma c’è un altro aspetto, ancora più scomodo. Molti adulti oggi chiedono ai ragazzi qualcosa che non dovrebbero chiedere: conferma. In questi casi, il rapporto si capovolge.

Non è più l’adulto a contenere l’insicurezza del ragazzo: è il ragazzo che finisce, senza saperlo, a reggere la fragilità dell’adulto. Qui sta il nodo. Il problema non è la vicinanza. Nessuno invoca il ritorno della distanza fredda, delle gerarchie mute, della superiorità imposta. Il problema è la cancellazione della differenza. Perché una relazione educativa, familiare o sociale funziona non quando adulto e ragazzo si confondono, ma quando restano distinti senza diventare nemici. Massimo Recalcati lo ha scritto bene: “educare non è riempire un recipiente, ma accendere un fuoco”.

Ma quel fuoco non si accende da soli, e non si accende nemmeno davanti a un adulto che ha paura del proprio ruolo. Serve qualcuno che non domini, ma nemmeno si ritiri. Qualcuno che sappia dire no senza umiliare. Che sappia restare saldo senza alzare la voce. Che non scambi il bisogno di essere amato con la capacità di essere autorevole. Per questo la domanda vera non è se i ragazzi rispettino ancora gli adulti.

La domanda è più dura: gli adulti sono ancora disposti a esserlo? Essere adulti oggi richiede più coraggio di quanto si pensi. Richiede il coraggio di non rincorrere ogni linguaggio per sentirsi accettati. Di non cercare sempre consenso. Di non misurare il proprio valore sulla simpatia che si ottiene nell’immediato. Di accettare che il tempo cambi il corpo, il posto, il compito. E che in questo cambiamento non ci sia una sconfitta, ma un modo diverso d’essere. Erik Erikson chiamava questa fase della vita “generatività”: la capacità di prendersi cura di ciò che viene dopo di noi. Ecco cosa dovrebbe tornare al centro. L’adulto non è chi ha smesso di desiderare, ma chi ha smesso di fare del proprio desiderio l’unica misura delle cose. È chi sa trasformare esperienza, limite e responsabilità in una forma di sostegno per altri.

Ritrovare la giusta distanza significa questo: stare accanto senza confondersi. Comprendere senza imitare. Ascoltare senza mendicare approvazione. Mettere confini senza trasformarli in muri. La distanza giusta non separa: struttura. Non raffredda: rende il legame più solido. Non allontana i giovani: li aiuta a crescere. Perché alla fine il rischio è tutto qui. Se gli adulti continuano a voler sembrare ragazzi, i ragazzi resteranno senza adulti. E una società senza adulti è una società che rinuncia a trasmettere, a orientare, a proteggere.

C’è bisogno, invece, di adulti che accettino fino in fondo la propria stagione. Non autoritari. Non moralisti. Non nostalgici. Ma saldi. Credibili. Riconoscibili. Adulti autorevoli che sappiano stare nel presente senza travestirsi da adolescenti permanenti. Perché i giovani non hanno bisogno di adulti che li imitino. Hanno bisogno di adulti che li sappiano incontrare senza abdicare a se stessi. E su questo, oggi, si gioca la tenuta stessa del patto tra chi arriva e chi dovrebbe indicare la strada.

Dott. Jacopo Grisolaghi

Psicologo, Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Psicologia, Sessuologo, PsicoOncologo
Ricercatore e docente del Centro di Terapia Strategica di Arezzo
Professore a contratto Università degli Studi eCampus e Università degli Studi Link di Roma

www.jacopogrisolaghi.com @dr.jacopo.grisolaghi