Per 28 anni il Nicchio ha cercato di vincerlo. Stavolta, racconta Davide Losi, doveva farlo in un altro modo: non per forza, ma “per amore”. E alla fine il Palio è arrivato, al termine di sei giorni interminabili, di una mossa infinita e di una corsa dominata da Tittia e Anda e Bola. Per il priore dei Pispini il successo del 18 agosto è soprattutto quello di una Contrada che negli ultimi anni ha provato a ricostruirsi guardando avanti.
«È stato veramente un Palio eccezionale. Una Contrada che, in questo periodo, è riuscita a guardare avanti. Come ho sempre detto, siamo riusciti a trovare delle soluzioni guardando sempre al positivo», racconta Losi.
Poi torna alle parole pronunciate alla cena della prova generale. Quasi una previsione di ciò che sarebbe accaduto: «Questo Palio lo dovevamo vincere per amore. Magari qualche anno fa lo volevamo vincere per forza, avevamo fatto tutto. Questo però lo dovevamo vincere per amore, perché c’era un grande amore fra i contradaioli e una storia d’amore fra il capitano e il fantino».
Il riferimento è al rapporto tra Fabio Giustarini e Giovanni Atzeni detto Tittia, due dei protagonisti del successo. Il ritorno di Giustarini chiude anche simbolicamente un cerchio: era capitano nell’ultima vittoria del Nicchio, quella del 16 agosto 1998 con Il Bufera su Re Artù, ed è tornato a guidare la Contrada fino al successo di 28 anni dopo.
Losi, invece, rivendica quasi il contrario: aver fatto il meno possibile. «Ho toccato il meno possibile perché secondo me c’era tutto quello che ci deve essere nel Palio. C’erano rapporti umani, la voglia di dare qualcosa in più. Una bellissima Contrada. Il merito è della Contrada, veramente».
E poi c’è quella cuffia durata appena 47 giorni, passata al Nicchio dopo la vittoria dell’Aquila del 3 luglio e già consegnata adesso alla Chiocciola. «La cuffia noi non ce la siamo mai sentita. Le cose che ci sono successe in questi anni abbiamo imparato a lavorarci. Noi siamo una grande Contrada, ha tanti pregi e nel tempo qualcuno magari non li aveva capiti oppure li aveva strumentalizzati».
Il lavoro del priore, spiega Losi, è stato soprattutto quello di tenere insieme il popolo dei Pispini: «Ho cercato solamente di fare in maniera tale che le persone stessero bene insieme, che trovassero uno spirito comune. Sono sempre stato aiutato da tutti. Fabio ha dato una mano grandissima».
Poi arriva il momento più intimo. Perché per Losi un Palio non appartiene a chi in quel momento ricopre una carica: «Il Palio è della Contrada, quindi io non è che posso dedicarlo: io me lo posso godere».
Il pensiero va soprattutto a chi quei 28 anni non è riuscito ad attraversarli fino in fondo. «Oggi ho la cravatta di un grande contradaiolo, Tommaso Pacciani. Simboleggia tutti quelli che non hanno potuto rivincere il Palio. Va a tutti i contradaioli, anche a chi lo vive da fuori, che mi hanno insegnato che cos’è il Palio e cos’è la vita, perché grazie alla Contrada io ho imparato tutto».
E poi la famiglia, «i miei figli, mia moglie, i miei genitori», e un ultimo pensiero a don Salvatore: «È lì che festeggia, sicuramente. Ha fatto tanti scherzi in questi anni. È lì con noi».