Escono i dati sulla povertà nel nostro Paese.
L’Istat certifica per il 2025 un quadro stabile. Sono oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui.
Persone che non hanno la capacità economica per acquistare beni e servizi essenziali e che conducono una vita ai margini della società. Anche se, rispetto all’anno precedente, il dato non è cambiato, purtroppo rappresenta ben l’8% delle famiglie italiane.
Guardando, invece, alla povertà relativa, che indica una condizione in cui mancano le risorse economiche necessarie per mantenere uno standard di vita conforme al livello medio della società di appartenenza, in Italia ci sono ben 8,7 milioni di individui in povertà relativa. Rappresentano il 10,8% delle famiglie italiane. Si tratta di persone escluse dalla collettività.
Il fenomeno è distribuito territorialmente in maniera diversa, con prevalenza al Mezzogiorno; seguono Nord Ovest, Nord Est e Centro. Ma, attenzione, il 45,3% delle famiglie povere vive nelle regioni settentrionali, contro il 38,6% del Mezzogiorno. Tra gli individui, i valori più elevati dell’incidenza di povertà assoluta si osservano nel Sud e nelle Isole.
La povertà assoluta colpisce minori e giovani in maniera significativa.
Parliamo di un’incidenza del 12,5% fra i minori (per un totale di 1 milione 136mila) e del 12,1% fra i giovani di 18-34 anni (quasi 1 milione 198mila). Con l’aumentare dell’età diminuisce (8,9% per i 35-64enni e 6,1% fra gli over 65 (oltre 891mila). È maggiormente presente nelle famiglie con componenti stranieri.
Inoltre, all’aumentare dei componenti della famiglia, l’incidenza sale, confermando una tendenza critica; sale anche per le famiglie monogenitore, che rispetto agli anni passati sono nettamente aumentate in Italia, a causa dei cambiamenti sociologici in corso. Avere figli non è una prospettiva per molti giovani, proprio a causa delle difficoltà di trovare un lavoro equamente remunerato per essere stabili.
La condizione di povertà riflette le dinamiche legate al reddito. Come si possono proteggere le nuove generazioni?
Attraverso l’istruzione e il lavoro. Naturalmente la condizione di non occupazione incide fortemente nei diversi nuclei familiari rilevati dall’Istat.
Eppure, oggi avere un lavoro riduce il legame con la povertà, ma non lo elimina. La continua perdita del potere di acquisto del denaro e le condizioni di precarietà di molti lavoratori sono elementi che incidono in maniera altrettanto importante sulla condizione di povertà. Esiste, cioè, un’altra condizione, quella di lavorare ma di essere ugualmente poveri.
Per questo, se i dati risultano stabili, in realtà dovremmo dire che il fenomeno della povertà nel nostro Paese ormai è diventato un fenomeno strutturale e preoccupante.
Le situazioni di maggiore vulnerabilità le troviamo tra i giovani e i minori, che sono colpiti in maniera inaccettabile. Conti alla mano, più di 2,3 milioni di poveri hanno meno di 35 anni.
Vuol dire che la classe di età in cui si costruisce autonomia e libertà finanziaria è indifesa.
L’evoluzione della nostra società ci ha portato a una forte frattura tra le generazioni: se guardiamo alla fascia di età over 65 la percentuale di poveri scende. Menomale, certo, visto che è una fase della vita altrettanto delicata, ma, in altri termini, ciò significa che i giovani non sono l’architrave demografica del benessere della nostra società.
Il lavoro non protegge più: nelle famiglie in cui la persona di riferimento è un lavoratore dipendente l’incidenza della povertà assoluta raggiunge l’8,5% e diventa il 14,3% quando il capofamiglia è un operaio o un lavoratore assimilato.
Cosa aspettiamo a cambiare questa realtà?
Maria Luisa Visione