Siena, algoritmo dell’orrore e 13 minorenni denunciati dalla polizia: su whatsapp chat razziste e pedopornografia con neonati
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Pistole, coltelli, fucili, esplosivi artigianali, tirapugni ma anche stickers con palesi immagini pedopornografiche con neonati e video con violenza su immigrati, persone di colore, fedeli di religione islamica o afferenti all’universo LGBTQ+ Plus: potrebbero bastare queste due righe per suscitare il ribrezzo e lo sgomento più completo ma no, l’orrore non si esaurisce perché i protagonisti di questa vicenda sono tutti giovanissimi senesi, all’apparenza insospettabili e invece pronti a organizzare ronde punitive contro cittadini extracomunitari, condividendo nelle chat contenuti nazifascisti, messaggi suprematisti, immagini pedopornografiche, omofobia e foto di armi.
Questi sono alcuni degli aspetti inquietanti dall’operazione “Format 18” condotta dalla polizia di Stato, in particolare dagli investigatori della Digos della questura di Siena, sotto la direzione della Procura del Tribunale per i minorenni di Firenze: indagine articolata avviata a luglio 2025 e culminata con perquisizioni e sequestri, nei confronti di due giovanissimi, nelle cui abitazioni sono stati rinvenuti e sequestrati un fucile a doppia canna, idoneo a sparare, e delle cartucce calibro 9. Di qui le denunce a vario titolo per i reati di detenzione illegale di armi, detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, propaganda di idee fondate sull’odio razziale, etnico e apologia del movimento fascista e nazista.
L’indagine – come ha spiegato il questore, Ugo Angeloni – è partita grazie alla segnalazione dei genitori di un ragazzo che poi sarebbe risultato estraneo ai fatti: “Avevano riferito che il figlio era stato avvicinato da alcuni coetanei che gli avevano prospettato la possibilità di procurargli armi da sparo”, ha spiegato il capo della Digos, Fausto Camisa.
Da quel primo approfondimento gli investigatori hanno trovato nella disponibilità di uno dei ragazzi “un fucile perfettamente funzionante e munizioni calibro 9”, ricostruendo poi una rete di rapporti virtuali attiva almeno dal 2024. Secondo quanto emerso, i giovani utilizzavano soprattutto chat chiuse WhatsApp per condividere messaggi d’odio contro immigrati e stranieri, simbologie fasciste e naziste e contenuti estremisti, con riferimenti discriminatori anche nei confronti della comunità LGBTQ+.
Immagini reperite nel dark web, su circuiti criptati ma anche sui social, a causa del principio base che regola appunto le più famose piattaforme in uso, un algoritmo dell’orrore che mostrava naturalmente i contenuti ‘preferiti’ dai ragazzini: dall’odio razziale a quello omofobo, un lancio continuo di video e immagini che hanno certo contribuito ad accrescere pensieri già gravissimi. Anche perché, dai social alle chat su whatsapp, “La partecipazione non era goliardica ma convinta”, ha sottolineato Camisa. “L’ingresso nelle chat era subordinato all’approvazione dei membri già presenti e soprattutto dei due soggetti ritenuti capofila”.
Quattro le chat finite sotto la lente degli investigatori. Una di queste, chiamata “Partito Repubblicano Fascista”, avrebbe raggiunto nella fase di massima attività fino a 22 persone. Nel corso delle indagini è emersa, dicevamo, anche la condivisione di numerosi contenuti pedopornografici che coinvolgevano addirittura neonati . “È davvero difficile dirlo ed è stato durissimo dover vedere quelle immagini” ha aggiunto il dirigente della Digos.
Durante le perquisizioni sarebbero stati trovati anche coltelli, tirapugni e altri oggetti atti a offendere conservati nelle abitazioni: un vero arsenale come materiale da collezione. Secondo quanto riferito dalla Digos, i ragazzi avrebbero discusso anche della possibilità di procurarsi armi per organizzare spedizioni punitive contro stranieri dopo alcuni episodi di rissa verificatisi a Siena nell’estate del 2025. Progetti che, precisano gli investigatori, non si sarebbero mai concretizzati.
“Questa è un’indagine che non avremmo mai voluto fare – ha detto Camisa – perché non avremmo mai voluto scoprire una realtà di questo tipo”.
La maggior parte dei ragazzi coinvolti è nata nel 2009, la maggior parte frequenta la stessa scuola e comunque in generale gli stessi punti di aggregazione in centro. Tutti vengono da famiglie della classe media cittadina. Un altro aspetto degno di nota – in senso negativo – è che qualche genitore ha addirittura minimizzato sulla vicenda.
Dalla Questura fanno comunque sapere che i minorenni coinvolti non sarebbero mai stati protagonisti di episodi di violenza fisica concretamente realizzati. “Il nostro intervento spero sia stato tempestivo ed efficace – ha concluso Camisa –. La realtà non è dentro un cellulare ma nelle relazioni quotidiane, nella scuola e nella famiglia”.