Caso David Rossi, il testimone della Commissione condannato per calunnia. Mussari: “È inattendibile”
Condividi su
“Non è più il contenuto delle testimonianze il problema, il problema è la qualità di chi le ha dette queste cose”. Giuseppe Mussari torna a respingere le accuse emerse nell’inchiesta parlamentare sulla morte di David Rossi e mette in discussione l’attendibilità di chi lo ha chiamato in causa. Una posizione che si intreccia con l’articolo pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano da Marco Lillo, che ricostruisce il passato giudiziario di Saverio Giampà, uno dei testimoni le cui dichiarazioni sono finite al centro dei lavori della Commissione parlamentare.
Tra i precedenti dell’uomo, secondo quanto riportato dal giornalista, figura anche una condanna definitiva per calunnia e false dichiarazioni al pubblico ministero.
Il caso riguarda le testimonianze acquisite dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, l’ex responsabile della comunicazione di Banca Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni il 6 marzo 2013. Secondo la ricostruzione illustrata dal presidente della Commissione, Gianluca Vinci, Mussari sarebbe stato indicato come presunto mandante di un’intimidazione ai danni di Rossi, inizialmente non destinata a provocarne la morte. Nelle dichiarazioni acquisite viene chiamato in causa anche Davide Ceccherelli, detto lo Zena. Si tratta di ipotesi e testimonianze ancora da verificare, non di responsabilità accertate.
Intervistato da LaPresse, l’ex presidente del Monte ha spostato l’attenzione proprio sulla credibilità delle fonti.
“Quindi prima del contenuto delle testimonianze, che viene dopo, bisogna capire se chi dice delle cose ci sta o non ci sta, perché se non ci sta, a prescindere da quello che dice, non va bene, cioè non sono cose attendibili in ragione della persona”, ha dichiarato Mussari.
Un ragionamento che trova un punto di contatto con gli interrogativi sollevati da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano. Il giornalista sostiene infatti che, prima di rendere pubbliche dichiarazioni così gravi, la Commissione avrebbe dovuto verificare e mettere a disposizione anche gli elementi utili a valutare l’affidabilità del testimone.
Al centro dell’articolo c’è Saverio Giampà, 61 anni, originario di Catanzaro, indicato come l’autore di una testimonianza che collega un esponente della criminalità organizzata, un banchiere e un calciante fiorentino alla vicenda Rossi.
Lillo ricostruisce la storia giudiziaria dell’uomo partendo da una sentenza del Tribunale di Bologna depositata il 13 aprile 2026. Il provvedimento ha condannato Giampà in primo grado a sette anni di reclusione per vicende che riguardano, secondo l’accusa, minacce e intestazioni fittizie di attività commerciali. La sentenza non è definitiva e per quei fatti vale la presunzione di innocenza.
Nello stesso provvedimento, riferisce il Fatto Quotidiano, vengono però richiamate precedenti condanne definitive per reati tra cui associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, usura, lesioni personali ed estorsione.
Il passaggio che Lillo considera più significativo riguarda una vicenda risalente al 1999, sfociata in una condanna definitiva nel 2002 per calunnia e false dichiarazioni al pubblico ministero.
Secondo quanto ricostruito nell’articolo, Giampà aveva accusato un cittadino albanese, pur sapendolo innocente, di essere coinvolto in una tentata rapina sfociata in un omicidio.
A ricostruire l’episodio, nel corso di un processo più recente, sarebbe stato anche un funzionario della Direzione investigativa antimafia, Walter Colasanti, ascoltato nel settembre 2025.
Il Fatto riporta che, secondo gli accertamenti giudiziari dell’epoca, Giampà avrebbe formulato quella falsa accusa nel tentativo di riaccreditarsi presso la magistratura e ottenere nuovamente benefici legati ai programmi di protezione.
Una circostanza che, secondo Lillo, avrebbe dovuto indurre la Commissione parlamentare a particolare cautela nella valutazione delle nuove dichiarazioni.
Il giornalista richiama inoltre un altro elemento contenuto nella testimonianza: il riferimento a un presunto trasferimento di 50 milioni di euro che David Rossi avrebbe effettuato con un semplice clic. Una ricostruzione sulla quale Lillo esprime forti dubbi, considerando il ruolo ricoperto da Rossi all’interno della banca e i sistemi di controllo previsti per operazioni di tale portata.
Sul punto era intervenuto anche Mussari, nella precedente replica al Tg La7.
“Nessun dirigente di banca può spostare da solo 50 milioni di euro con un clic, senza che si allertino tutti i sistemi di controllo esistenti”, aveva affermato l’ex presidente di Mps.
Mussari aveva inoltre definito “destituite di ogni fondamento” le dichiarazioni del presidente Vinci e annunciato l’intenzione di rivolgersi all’autorità giudiziaria per tutelare la propria reputazione.
“Il loro contenuto è lunare. Basta leggerlo, chiunque li legga lo comprende”, aveva aggiunto a proposito dei documenti richiamati dalla Commissione.
Nell’articolo del Fatto Quotidiano, Lillo affronta anche il percorso attraverso il quale le dichiarazioni di Giampà sarebbero arrivate all’attenzione della Commissione. Citando una ricostruzione pubblicata da Giacomo Amadori su Libero, riferisce che l’uomo, attualmente detenuto, avrebbe inizialmente cercato di raccontare la propria versione dei fatti alla trasmissione Le Iene. Dopo il mancato rilascio dell’autorizzazione da parte dell’amministrazione penitenziaria, la richiesta sarebbe approdata alla Commissione parlamentare.
Si tratta di una ricostruzione giornalistica che non dimostra, di per sé, né la veridicità né la falsità delle dichiarazioni rese nell’inchiesta.
Il punto sollevato da Lillo riguarda soprattutto il metodo investigativo. Secondo il giornalista, la verifica dell’attendibilità dei testimoni dovrebbe rappresentare una regola fondamentale anche per le Commissioni parlamentari, prima che le loro dichiarazioni vengano rese pubbliche e producano conseguenze sulla reputazione delle persone coinvolte.
Una critica che il Fatto Quotidiano accompagna ricordando di aver condotto in passato inchieste proprio su Mussari, contribuendo al dibattito che precedette le sue dimissioni dalla presidenza dell’Abi nel 2013.