Dalla fragilità alla rabbia: se li proteggiamo da tutto, non impareranno ad affrontare la vita

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Un figlio incontra una difficoltà e noi interveniamo. Soffre per un’esclusione e cerchiamo qualcuno a cui chiederne conto. Prende un brutto voto e discutiamo con l’insegnante. Si annoia e gli mettiamo qualcosa in mano. Lo facciamo per amore, naturalmente. Ma può accadere che, nel tentativo di risparmiargli ogni sofferenza, finiamo per sottrargli anche le occasioni attraverso cui imparare ad affrontarla.

Per eccesso di amore abbiamo reso i nostri figli fragili. Educare alla fatica, all’opposto, aiuta a crescere. Queste considerazioni ci interrogano davanti alle immagini degli scontri di Milano del 17 e 18 ottobre: negozi danneggiati, incendi, lanci di oggetti e violenze contro le forze dell’ordine, nel contesto di manifestazioni contro il carovita e il deterioramento dei servizi pubblici.

Occorre essere precisi. Chi manifesta esercita un diritto, chi aggredisce o distrugge è bene che risponda delle proprie azioni. Confondere le due cose penalizza anche quanti portano in piazza un dissenso senza ricorrere alla violenza. Allo stesso tempo, quelle immagini ci pongono una domanda educativa: quali strumenti stiamo offrendo ai giovani per trasformare la frustrazione in una risposta capace di incidere sulla realtà?

Non possiamo ricostruire l’educazione di una persona osservandola durante uno scontro. Sarebbe arbitrario attribuire le violenze all’iperprotezione familiare, ignorando condizioni sociali, dinamiche di gruppo e responsabilità individuali. Possiamo però cogliere l’occasione per riflettere su qualcosa che ci riguarda da vicino: come si impara a essere arrabbiati senza diventare distruttivi?

La rabbia appartiene alla vita. Può segnalare un’ingiustizia, darci energia, aiutarci a difendere un confine. Per diventare utile ha bisogno di una direzione. Altrimenti il gesto prende il posto del pensiero e l’urgenza di scaricare la tensione prevale sulla possibilità di ottenere un cambiamento. Una vetrina infranta offre un risultato immediato e visibile. Costruire una proposta, organizzare una protesta, sostenere un confronto richiede tempo, capacità di attendere e disponibilità a incontrare ostacoli. È proprio in questa distanza tra l’impulso e l’azione che si colloca una parte essenziale dell’educazione.

Da una prospettiva strategica, vale la pena osservare come una tentata soluzione possa contribuire a mantenere il problema che vorrebbe risolvere. Un ragazzo teme una difficoltà. Il genitore interviene al suo posto. Il sollievo è immediato per entrambi, ma il ragazzo perde l’occasione di verificare ciò che sarebbe riuscito a fare. Se questa sequenza si ripete, l’aiuto può diventare una conferma implicita della sua incapacità: per affrontare il mondo serve sempre qualcuno che lo preceda.

L’autonomia cresce attraverso esperienze concrete. Preparare qualcosa da soli, tollerare un’attesa, rimediare a un errore, sostenere una conversazione scomoda. Compiti proporzionati all’età, dentro una relazione nella quale l’adulto resta disponibile. La fatica educativa ha questo significato: consentire a un figlio di sperimentare le proprie risorse, accompagnandolo quando serve. Umiliazioni, abbandono e richieste eccessive non costruiscono fiducia. Una difficoltà affrontabile, invece, può lasciare una scoperta preziosa: «Pensavo di non farcela, eppure ci sono riuscito».

Anche il limite acquista senso dentro questa relazione. Un adulto può comprendere la delusione di un figlio e mantenere una decisione. Può accogliere la rabbia e fermare un comportamento aggressivo. Dire «capisco quanto sei arrabbiato» non obbliga a concedere ciò che viene preteso. Il problema, talvolta, è la nostra difficoltà a tollerare il disagio dei figli. Il loro pianto ci mette in crisi, la loro disapprovazione ci fa sentire cattivi, il conflitto ci spinge a cedere. Finisce così che chiediamo al bambino di stare bene subito, perché noi stessi fatichiamo a sostenere il suo malessere.
Essere adulti comporta anche questo: attraversare un momento di impopolarità senza ritirare l’affetto e senza rinunciare alla propria responsabilità. Lo stesso vale per il rapporto con la scuola. Ascoltare un figlio è indispensabile, ma considerare automaticamente ingiusto ogni richiamo ricevuto gli impedisce di interrogarsi sul proprio comportamento. L’alleanza educativa richiede confronto, verifica dei fatti e disponibilità a riconoscere gli errori, anche quando sono dei nostri ragazzi.

Di fronte alle violenze di piazza, questa responsabilità assume un significato collettivo. Servono risposte alle difficoltà reali, opportunità di partecipazione e conseguenze per chi danneggia o aggredisce. Comprendere le condizioni in cui nasce un comportamento permette di intervenire meglio, non cancella la responsabilità di chi lo compie. E serve un esempio adulto credibile. Chiediamo ai giovani di rispettare il dissenso, ma quanto spesso noi trasformiamo una divergenza in un insulto? Chiediamo di controllare l’aggressività, mentre sui social premiamo chi umilia l’avversario. L’educazione passa anche da queste scene quotidiane.

Paura, rabbia, dolore e piacere hanno bisogno di trovare un posto nell’esperienza. Si può imparare ad avvicinarsi gradualmente a ciò che spaventa, esprimere un dissenso con fermezza, attraversare una perdita con il sostegno degli altri, godere di qualcosa senza pretenderne la disponibilità immediata. È un lavoro che comincia molto prima di una piazza e continua ogni giorno, nelle famiglie, nelle scuole, nelle relazioni.

Forse dovremmo chiederci meno spesso come evitare ai nostri figli qualsiasi fatica e più spesso quale fatica possiamo aiutarli ad affrontare. Perché prima o poi incontreranno un limite che nessuno potrà spostare per loro. E in quel momento avranno bisogno di aver scoperto che possono reggere la delusione, scegliere come agire e lasciare un segno senza dover distruggere qualcosa.

Jacopo Grisolaghi