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La cattiveria dove dovrebbe esserci amore

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Ci sono fatti davanti ai quali il primo impulso è tacere. Non per indifferenza, ma perché ogni parola sembra inadeguata. Eppure tacere del tutto sarebbe un errore, perché l’orrore non chiede solo commozione: chiede pensiero, responsabilità, capacità di vedere ciò che troppo spesso resta nascosto dentro la normalità apparente delle case, delle famiglie, delle relazioni.

La cattiveria umana, quando colpisce chi è fragile, non può essere liquidata come un improvviso cedimento o come un qualcosa di incomprensibile. Dal punto di vista psicologico, essa può essere letta come una forma estrema e perversa di controllo. Chi non sa contenere la propria rabbia, la propria frustrazione, il proprio senso di impotenza, complice anche lupo di sostanze, può trasformare l’altro in bersaglio. Non lo riconosce più come persona, ma come ostacolo, peso, oggetto su cui scaricare ciò che non riesce a governare dentro di sé.

È qui che la cattiveria mostra il suo volto più inquietante: non solo fare male, ma poter fare male a chi non può difendersi. La fragilità dell’altro, invece di attivare protezione, diventa occasione di dominio. E quando questo accade dentro una relazione che dovrebbe essere luogo di cura, la violenza non è soltanto fisica o psicologica: è tradimento. Tradimento del ruolo adulto, della responsabilità, del legame, della fiducia primaria con cui un bambino guarda il mondo.

C’è poi una violenza che non lascia necessariamente segni sul corpo, ma incide profondamente nella memoria emotiva: quella assistita. Un bambino che vede, ascolta, intuisce o teme la violenza non è mai un semplice spettatore. È coinvolto. Vive l’impotenza, la paura, la confusione, a volte persino il senso di colpa di non aver potuto impedire ciò che nessun bambino dovrebbe essere chiamato a impedire. È una ferita silenziosa, ma non per questo meno devastante.

Per questo, davanti a certi drammi, non basta domandarsi chi abbia compiuto il gesto. Bisogna chiedersi anche che cosa non è stato visto, quali segnali sono rimasti dispersi, quali richieste mute di aiuto non hanno trovato ascolto. Non per distribuire colpe in modo sommario, ma per evitare l’alibi più comodo: pensare che il male abiti sempre altrove, in persone radicalmente diverse da noi, in contesti eccezionali, in vite lontane.

Primo Levi ci ha lasciato una frase durissima e necessaria: “I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi; sono più pericolosi gli uomini comuni”. È un pensiero scomodo, perché ci obbliga a non confinare il male in una categoria rassicurante. La parola “mostro” consola, ma spesso impedisce di capire. Se chiamiamo mostro chi compie il male, lo espelliamo dall’umano e ci sentiamo al sicuro. Ma la cattiveria appartiene invece al repertorio umano. Può crescere nell’isolamento, nella rabbia coltivata, nella perdita progressiva di empatia, nella normalizzazione della sopraffazione, nella convinzione che l’altro valga meno del proprio disagio.

Hannah Arendt, parlando della “banalità del male”, ci ha ricordato che il male non sempre ha un volto demoniaco o eccezionale. Talvolta cresce nella superficialità, nell’assenza di pensiero, nell’incapacità di mettersi davvero davanti all’altro come persona. Il male, scrive Arendt, può diventare tanto più pericoloso quanto più appare privo di profondità, quasi automatico, scollegato dalla responsabilità. Ed è proprio questa assenza di pensiero, questo non fermarsi, non sentire, non vedere, che rende possibile la disumanizzazione.

La società adulta ha una responsabilità enorme: imparare a vedere. I segnali del dolore infantile non arrivano sempre con parole chiare. A volte si manifestano in un silenzio improvviso, in un comportamento agitato, in una paura eccessiva, in uno sguardo che evita, in un corpo che parla al posto della voce. Famiglie, scuole, vicinato, servizi, istituzioni: nessuno può pensare che la protezione dei più fragili sia affare privato o competenza esclusiva di qualcun altro.

I bambini non sono proprietà degli adulti. Sono vite affidate. E ogni vita affidata porta con sé un dovere sacro: custodire. Quando una casa diventa luogo di paura, il mondo esterno non può limitarsi a restare sulla soglia. Deve saper ascoltare, intervenire, proteggere. Non con curiosità morbosa, ma con attenzione civile.

Di fronte alla cattiveria umana, l’indignazione è necessaria, ma non basta. L’indignazione si accende e poi passa. La responsabilità, invece, resta. Significa costruire una cultura in cui la fragilità non venga ignorata, in cui la violenza non venga derubricata a questione domestica, in cui i segnali di sofferenza non siano archiviati come stranezze o capricci. La cattiveria umana esiste. Ma non deve mai trovare attorno a sé un mondo distratto. Una comunità civile si misura anche da questo: dalla capacità di proteggere chi non ha voce.

Dott. Jacopo Grisolaghi

Psicologo, Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Psicologia, Sessuologo, PsicoOncologo
Ricercatore e docente del Centro di Terapia Strategica di Arezzo
Professore a contratto Università degli Studi eCampus e Università degli Studi Link di Roma

www.jacopogrisolaghi.com
@dr.jacopo.grisolaghi