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Un bicchiere di vino fa bene o fa male? Storia di una schizofrenica battaglia

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Spesso si sente dire che “il vino fa male!”, da chi magari sta allegramente fumando la ventesima sigaretta della giornata, o sta sorseggiando una Coca Cola light insieme a qualche cibo processato o molto zuccherato.

La dicotomia salute alcol in Italia e in Europa, negli ultimi anni, ha assunto un carattere schizofrenico, dietro il quale si nascondono altre verità. In Europa, la prima fase di questa complessa partita si apre nel febbraio 2021 con la pubblicazione del piano d’azione contro il cancro della Commissione Europea (Europe’s Beating Cancer Plan).

A Bruxelles si fissa l’obiettivo di ridurre il consumo nocivo di alcol del 10% entro il 2025, ventilando l’ipotesi di introdurre avvertenze sanitarie sulle bottiglie simili a quelle presenti sui pacchetti di sigarette.

Successivamente tra il 2022 e l’inizio del 2023 l’Irlanda notifica una legge nazionale per imporre l’etichettatura shock (“L’alcol causa il cancro”), con il via libera della Commissione Europea. A inizio 2023, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dichiara che nessuna quantità di alcol è sicura, il rischio oncologico comincia dal primo sorso. A quel punto, si infiamma il dibattito tra i paesi del Sud Europa, produttori di vino (Italia, Francia, Spagna e Portogallo in primis) e quelli del Nord. Si cerca un compromesso basato sul “consumo moderato di alcol”.

Nella primavera del 2023, in aperta controtendenza rispetto all’OMS, durante i congressi della Società Europea di Cardiologia (ESC), gli scienziati dimostrano che il rischio di mortalità cardiovascolare scende nei soggetti che consumano un bicchiere di vino al giorno rispetto agli astemi, per poi impennarsi drammaticamente solo ad alti livelli di consumo. A dicembre 2023 l’Europa impone l’utilizzo del QR code in etichetta con l’indicazione degli ingredienti, un espediente per evitare l’inserimento delle traumatizzanti avvertenze sanitarie. Prassi che però viene bocciata dall’OMS nel febbraio 2025, perché solo lo 0,26% dei consumatori legge i QR code.

A metà 2024, una ricerca pubblicata dal sistema sanitario Mass General Brigham negli Stati Uniti, ma ampiamente ripresa dai cardiologi europei, dimostra che il consumo leggero o moderato di alcol è associato a una riduzione a lungo termine dei segnali di stress nel cervello (in particolare nell’amigdala). Questo meccanismo biologico e neurologico spiega, secondo gli autori, il minor tasso di malattie cardiache riscontrato storicamente nei bevitori moderati. Nel luglio 2025 l’Irlanda rinvia l’introduzione delle etichette allarmistiche al 2028. Tra il gennaio e il marzo 2026 la rivista the Lancet Public Health e l’American College of Cardiology pubblicano nuovi dati analizzando le differenze tra le bevande. Emerge che i bevitori moderati di vino hanno un rischio inferiore del 21% di morire per malattie cardiovascolari rispetto sia agli astemi sia ai bevitori occasionali.

Lo studio europeo sottolinea che il vino, a differenza di superalcolici o birra consumati nel binge drinking, viene assunto quasi sempre durante i pasti e in contesti sociali sani. Per non dimenticare la dieta mediterranea, che contraddistingue le cucine dei paesi del Sud Europa (guarda caso quelli produttori di vino!), proclamata per la 9 volta consecutiva dal 2018 la migliore dieta al mondo dal U.S. News & World Report, punto di riferimento mondiale per il giornalismo di servizio e la salute. Dieta che appunto prevede il consumo di un bicchiere di vino a pasto. Attualmente l’Europa è in fase di stallo sul tema, divisa tra Nord e Sud e due visioni opposte, e cultura e storia millenaria legata profondamente al mondo del vino. Forse la risposta l’avevano già data gli antichi Romani: modus in rebus est (Orazio). C’è una misura nelle cose.

Stefania Tacconi