La vita, i sogni e la famiglia distrutti dall’esproprio per una strada, la Siena-Bettolle. Per realizzare l’opera è stato tolto tutto a Massimo Lachi, nativo di Montevarchi (Arezzo) e, al tempo dei fatti, residente a Castelnuovo Berardenga. Il sessantatreenne da oltre 30 anni combatte per avere quanto gli spetta, ma leggi “capestro” e burocrazia, di fatto, ad oggi hanno avuto la meglio.
Affidiamo questa storia allo stesso protagonista. Un lungo e articolato racconto fatto di date, norme e nomi. Le controparti di Lachi in questo articolo non verranno menzionate perché non abbiamo avuto la possibilità di ascoltare anche la loro versione dei fatti.
“Nel 1987 – esordisce il nostro interlocutore – investo 286 milioni di lire, erano tutti i miei risparmi, e acquisto i poderi Grillo, San Pietro e Piambarocci, per un totale di cento ettari. Poco dopo rinnovai anche il parco macchine, comprai nuovi mezzi agricoli e ristrutturai vari immobili. Il lavoro era tanto, ma io ero felice perché avevo realizzato il mio più grande desiderio: fare il contadino. Piantai 10 ettari di vigneto, poco distante un oliveto e, a seguire, campi seminativi. Tutti davano i loro frutti e stavano rendendo”.
Lachi non può immaginare che sta arrivando un ciclone che annullerà quanto realizzato.
“È il 1997 – prosegue – vengo contattato dall’Anas e mi sottopongono i progetti per realizzare la Siena-Bettolle. Non sono contrario alla strada, ma mai avrei pensato che leggi e norme avrebbero creato intorno a me una barriera ostile che, di fatto, mi crollerà addosso fino al punto di annientare i sacrifici di una vita. Ho combattuto con tutte le mie forze. Ho perso tutto”.
“Il colpo di grazia – prosegue Massimo – arriva nel 2002, durante l’ampliamento tra Armaiolo e la Colonna del Grillo. Furono chiusi cinque accessi e, in più, sotto il ponte dell’Ombrone fu collocato un enorme blocco di cemento: di fatto non potevo raggiungere con il trattore i miei campi. Ero prigioniero in casa mia. Chiesi spiegazioni e mi fu risposto che il tutto era necessario per scopi idraulici e per la sicurezza stradale”.
La natura, qualche tempo dopo, con un temporale di inaudita violenza, dimostrò l’esatto contrario. Campi e sentieri finirono sott’acqua. I danni furono ingenti.
Massimo Lachi non si dà per vinto e continua a combattere nelle aule dei tribunali. I giudici amministrativi stabiliscono che l’iniziale occupazione è illegittima. Qui si materializza un paradosso tutto italiano. Da una parte Massimo ha ragione e, pur essendo il proprietario, non può lavorare la sua terra.
“Come se non bastasse – afferma ancora Lachi – arriva l’articolo 42-bis del Testo unico sugli espropri, che consente alla pubblica amministrazione di sanare successivamente l’illegittimità della passata occupazione. Così il denaro che mi doveva essere dato, oltre 200mila euro, non solo non lo ricevo, ma viene vincolato. Ad oggi, dopo oltre 30 anni, non ho ancora visto un euro. Sono stato costretto ad abbandonare tutto. Ho perso e non ce la faccio più a combattere. Mi rimane solo un piccolo spiraglio e mi aggrappo a quello: fare una raccolta firme, in pratica una petizione, da inviare alla Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) per arrivare al presidente e al Consiglio superiore della magistratura contro l’ingiustizia dell’articolo 42-bis. Deve essere annullato oppure rivisto. Mi servono 500 firme e per aderire si può farlo su OpenPetition: ‘28 anni, 0 lire, 0 euro, esilio, giustizia per Massimo Lachi’”.
Oggi Massimo Lachi vive in Tunisia e, nonostante tutto, continua ad avere lo stesso sogno che aveva in gioventù: lavorare la terra.
Cecilia Marzotti
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