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Moreno Neri, In mala fede

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“In mala fede”, il secondo romanzo di Moreno Neri che vede come protagonista l’ispettore Filiberto Vanni, è contrassegnato dalla coesistenza degli opposti. A livello stilistico, perché al registro medio propria della voce narrante si contrappongono, nelle parti dialogate, una sintassi e un lessico marcatamente dialettali e popolare (“So’ in Piazza, stavo ritornando a casa e mi so’ inzaccherato tutto in una pozzanghera, qui piove come dio la manda”; “Che tu sei strullo un’ ci so’ dubbi ma la suora unn’è un’apparizione”, “Ora se un’ ti zitti l’autossia, o come la chiami, te la fò io Giacinto e magari in quel buzzo tronfio ti ci trovo pure un caratello di vin santo invecchiato”). A livello tematico, perché, al di là del fatto di cronaca nera che reclama l’individuazione del colpevole, centrale a me pare il contrasto tra l’amor sacro e l’amor profano. Infatti, la scelta dell’autore di ambientare la vicenda per lo più all’interno del Monastero di S. Agostino, nella zona di Casciano delle Masse, consente di far emergere benissimo la natura antitetica delle leggi dell’amore e delle leggi di Dio, le quali non solo determinano la divisione tra laici e religiosi, ma, ed è questo che sta a cuore a Moreno Neri mostrare, sono in grado di lacerare l’anima del singolo individuo, uomo o donna che sia. Il desiderio che conduce all’unione mistica con Dio, questa è la verità, può coesistere, in taluni, col desiderio, di pari forza e intensità, di possedere fisicamente una persona del proprio sesso o di sesso opposto. Quando ciò accade, l’esistenza comincia a oscillare tra piacere e senso di colpa, estasi e tormento. A livello di sistema dei personaggi, perché non pochi risultano, tra questi, coloro che appaiono attraversati da lacerazioni e conflitti, che se da un lato li rendono figure problematiche, dall’altro li privano di serenità e stabilità interiore. Penso, in primo luogo, al protagonista, Filiberto Vanni, per il quale l’affetto profondo per la compagna Patrizia (“Però Patrizia stava sempre lì nel cuore, anche ora se la sentiva a fianco”) convive drammaticamente con l’attitudine ad abbandonarsi ai piaceri e alle avventure di cui la vita a volte sa essere generosa. E penso a Celeste e a Maddalena, due novizie del Monastero di Casciano delle Masse, per le quali la parola amore può rimandare al Creatore non meno che alla creatura terrena, specie se questa è giovane e di gradevole aspetto. Da ultimo, vale la pena evidenziare anche la presenza nel romanzo, tutt’altro che marginale o decorativa, della città di Siena, con le sue strade e i suoi palazzi: “Dal portone di casa, in via dei Servi, s’erano incamminati per il breve selciato che portava in via delle cantine. Poi risalita via Roma e oltrepassato il palazzo Bianchi Bandinelli, signorile palazzo del diciottesimo secolo. (…) ritornavano all’ovile”, “Mentre erano al Ponte di Romana e s’incamminavano verso San Girolamo, gli balenò d’un tratto una figura nota”, “Poi cominciava l’altra salita, quella di via dei pittori, sempre nel rione della Contrada dell’Oca”. Quello che segue è l’incipit del romanzo.                   

“Alle Laudi le suore erano assise nel coro del Monastero di S. Agostino. Appena fuori Siena, nella zona di Casciano delle Masse, situato in un poggio circondato da tre cipressi, un noce e grandi querce. Più in basso, si stendeva un’ampia radura con olivi, qualche acacia e spazi incolti disseminati di fiori di campo. La semplice chiesa annessa, di origine romanica, era in sintonia col resto dell’eremo rimasto edificato coi suoi vecchi mattoni. La Badessa suor Adele e la Priora suor Fiorenza erano immerse nell’armonia dei canti, in un’atmosfera di pace e spiritualità profonde. Solo la Sorella che si occupava dell’orto attiguo al chiostro, la giovane novizia Maddalena, pareva assente, distante da quella condivisione mistica. Un pallore diffuso, in una carnagione già bianca ricoperta di timide efelidi rossastre, l’avvolgeva. Poi cominciò a tossire in maniera violenta e continua e appena tentò di rialzarsi dal suo scranno stramazzò a terra. Fu portata subito nell’infermeria e l’anziana suor Costanza, che da una vita si occupava della salute delle Consorelle, provvide a darle un decotto d’erbe officinali che a suo dire erano depurative per i bronchi e calmanti per la tosse. ‘Come ti senti Maddalena, sei bianca come un cencio, che cosa ti è successo? Mentre eravamo nel coro mi sono sorpresa, anche prima del malore, del tuo aspetto malaticcio e sofferente. Hai forse mangiato qualcosa che ti ha disturbato o magari distrattamente hai ingerito una sostanza tossica che pensavi benefica, che so, una bacca o un’erba medicinale dell’orto’”.

Moreno Neri, In mala fede, ProvaciAncoraBillEditore, Milano 2026

a cura di Francesco Ricci