David Rossi, il Pd: “La commissione d’inchiesta non può essere ridotta a show business”

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“Esprimiamo forte perplessità per la gestione del presidente Vinci: prima la fuga di notizie riservate, di cui non conosciamo l’origine e sulla quale non ci risulta sia stata aperta un’istruttoria, poi la diffusione televisiva di nomi e responsabilità ancora da verificare. A ciò si aggiunge la partecipazione dello stesso presidente alla trasmissione che aveva diffuso quelle informazioni, sollevando interrogativi sul rispetto della riservatezza e delle regole istituzionali. La gestione della Commissione ha esorbitato andando ben oltre le competenze istituzionali. La Commissione non può trasformarsi in un tribunale né trasformare ipotesi in sentenze. Gli elementi acquisiti devono essere trasmessi alle procure competenti per le verifiche del caso, senza anticipazioni mediatiche che rischiano di compromettere il corretto accertamento dei fatti. La ricerca della verità su David Rossi richiede rigore e rispetto istituzionale, non può piegarsi alle regole dello show business. Chiediamo quindi che venga fatta piena chiarezza sulla fuga di notizie e su quanto accaduto, oltre che sulle modalità di conduzione dei lavori”. Lo dichiarano i componenti del Pd nella Commissione d’inchiesta sul caso David Rossi, Marco Lacarra, Emiliano Fossi e Andrea Rossi che sottolineano: “Il problema non è impedire alla Commissione di indagare. Il problema è capire come debba farlo un’istituzione parlamentare quando si trova davanti ad accuse tanto gravi. Se le ipotesi indicate fossero fondate, l’esposizione mediatica preventiva delle persone chiamate in causa potrebbe comprometterne l’accertamento, favorendo allontanamenti, versioni concordate o la dispersione di elementi utili. Se invece quelle ipotesi non trovassero riscontro, avremmo esposto persone identificabili a un’accusa pubblica capace di produrre conseguenze difficilmente riparabili. In entrambi i casi, sarebbe stato più prudente mantenere gli elementi acquisiti nel loro alveo istituzionale, trasmetterli alle procure competenti (come accaduto in situazioni simili durante la prima commissione d’inchiesta guidata dal presidente Zanettin) e lasciare alla magistratura il compito di verificarli con gli strumenti e le garanzie previste dalla legge. La trasmissione degli atti all’autorità giudiziaria non rendeva inevitabile la contestuale esposizione mediatica dei nomi”.