La prostituzione relazionale: quando ci si vende per non restare soli
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Esiste una forma di dipendenza affettiva meno dichiarata ma molto diffusa: quella che, come insegna il mio maestro Giorgio Nardone, potremmo chiamare prostituzione relazionale.
È la tendenza a barattare se stessi con l’approvazione degli altri. Non soldi in cambio di prestazioni, ma disponibilità, obbedienza, presenza costante, rinuncia ai propri confini, pur di ottenere attenzione, protezione, appartenenza. È un meccanismo viscido, che agisce anche quando non ce ne accorgiamo: ci si mette sul mercato affettivo sperando di essere scelti. In queste dinamiche la persona non pensa di valere per ciò che è, ma solo per ciò che riesce a offrire.
Si rende indispensabile, dice sempre sì, si adatta ai desideri altrui, cambia opinione per non disturbare, si sacrifica per non essere esclusa. In apparenza sembra dedizione, in realtà è spesso una contrattazione silenziosa: “ti do tutto, purché tu non mi lasci”. Il problema è che un legame costruito su questo scambio non produce amore, ma dipendenza. E chi si abitua a comprare presenza con il compiacimento finisce quasi sempre per essere usato più che amato.
Dal punto di vista psicologico, la prostituzione relazionale nasce da una fragilità profonda dell’identità. Quando manca autostima, quando non si sa stare da soli, quando si teme il rifiuto più di ogni altra cosa, allora si preferisce svendersi piuttosto che rischiare di non essere scelti. Si accetta così una posizione inferiore, si mendica attenzione, si tollerano umiliazioni che una persona più centrata non accetterebbe mai. È una strategia di sopravvivenza affettiva, non una forma d’amore.
Il paradosso, però, è evidente: più si prova a trattenere l’altro rendendosi utili, più si perde dignità e valore agli occhi suoi e propri. Perché chi non pone limiti comunica, senza volerlo, di non avere abbastanza rispetto di sé. E quando il rispetto di sé si abbassa, anche quello degli altri tende a diminuire.
A quel punto arrivano frustrazione, rabbia, vittimismo, risentimento. Ma spesso invece di interrompere il copione lo si replica altrove, con nuove persone e le stesse modalità. La prostituzione relazionale è quindi una forma di autosvalutazione travestita da bontà. Non è generosità, se dietro c’è il terrore di essere abbandonati.
Non è amore, se il prezzo da pagare è la perdita di sé. Il nodo non è imparare a ottenere più attenzione, ma smettere di venderla cara alla propria dignità. Una relazione sana comincia quando una persona non si offre più come merce di scambio, ma si presenta per ciò che è, con i suoi limiti, i suoi confini, la sua libertà. In questo senso la maturità affettiva coincide con una scelta netta: smettere di comprare legami al costo di sé stessi.
Perché chi si prostituisce relazionalmente non viene scelto davvero, viene spesso tollerato finché serve. E nessun rapporto può dirsi sano se per mantenerlo bisogna continuamente svendersi. Al contrario, se vuoi essere trattato da diamante, non comportarti da bigiotteria.
Dott. Jacopo Grisolaghi
Psicologo, Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Psicologia, Sessuologo, PsicoOncologo Ricercatore e docente del Centro di Terapia Strategica di Arezzo Professore a contratto Università degli Studi eCampus e Università degli Studi Link di Roma