Non molto tempo fa la malattia significava pochi mesi di vita. Oggi, grazie alla ricerca, il 32% dei pazienti con melanoma e metastasi al cervello è ancora vivo a dieci anni dalla diagnosi. Un risultato che segna un cambio di prospettiva nella cura di una delle forme tumorali più aggressive e che porta anche la firma di Siena.
Il dato arriva dallo studio internazionale Nibit-M2, coordinato dal professore Michele Maio e dalla professoressa Anna Maria Di Giacomo, oncologi dell’Università di Siena e dell’Azienda ospedaliero-universitaria senese. Al centro, l’utilizzo combinato di due farmaci immunoterapici, ipilimumab e nivolumab, che aiutano il sistema immunitario a riconoscere e combattere il tumore.
“Questi dati mostrano che è possibile ottenere un controllo prolungato della malattia anche a livello cerebrale, e forse la guarigione definitiva, un risultato che fino a pochi anni fa era inimmaginabile”, sottolinea Di Giacomo.
Lo studio, promosso dalla Fondazione Nibit nell’ambito del programma Airc, rappresenta il follow-up più lungo mai registrato per questa tipologia di pazienti. I risultati sono stati presentati al congresso dell’American Association for Cancer Research negli Stati Uniti.
Accanto all’efficacia della terapia, emerge anche un’altra novità rilevante: grazie a una semplice analisi del sangue, la cosiddetta biopsia liquida, è possibile capire fin dalle prime settimane se un paziente risponderà o meno alle cure. Un passaggio che apre la strada a trattamenti sempre più mirati e personalizzati.
“I nostri risultati consolidano il ruolo dell’immunoterapia come standard di cura anche contro le metastasi cerebrali asintomatiche da melanoma – spiega Maio –. Inoltre, l’identificazione di nuovi biomarcatori attraverso il sangue rappresenta un passo importante verso una medicina più precisa, che permette di monitorare la malattia in modo non invasivo e orientare le decisioni terapeutiche fin dalle prime fasi”.