Quando il futuro fa paura: perché chiediamo alle carte ciò che non possiamo sapere
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C’è qualcosa di apparentemente paradossale nel fatto che, in un’epoca dominata dalla scienza, dalla tecnologia, dagli algoritmi e dalla possibilità di avere in pochi secondi una risposta quasi a qualsiasi domanda, continui a prosperare il ricorso a cartomanti, sensitivi, astrologi e presunti interpreti del futuro.
Potremmo liquidare il fenomeno come semplice superstizione. Sarebbe però una spiegazione troppo facile e, soprattutto, psicologicamente poco interessante. Perché a rivolgersi a un cartomante non sono soltanto persone culturalmente fragili o particolarmente suggestionabili. Lo fanno professionisti, imprenditori, uomini e donne abituati a prendere decisioni complesse, persone perfettamente razionali nella maggior parte degli ambiti della propria esistenza.
Forse, allora, la domanda interessante non è se le carte possano davvero prevedere il futuro. La risposta appartiene al campo delle credenze personali. La domanda psicologica è un’altra: perché abbiamo così bisogno che qualcuno ci dica cosa accadrà?
Una possibile risposta riguarda uno dei bisogni più antichi dell’essere umano: il tentativo di controllare ciò che, per sua natura, non può essere completamente controllato. Alfred Korzybski ci ricordava che “la mappa non è il territorio”.
Eppure noi passiamo buona parte della nostra esistenza a costruire mappe nella speranza che il territorio finisca per comportarsi come abbiamo previsto.
Programmiamo, anticipiamo, calcoliamo, interpretiamo segnali. Cerchiamo di capire cosa pensa l’altro, cosa succederà domani, se una relazione durerà, se una scelta sarà quella giusta, se un progetto andrà bene. Tutto questo è perfettamente normale. Senza una capacità di previsione non potremmo vivere.
Il problema comincia quando dalla ragionevole necessità di orientarci passiamo alla pretesa di sapere. È in quel passaggio che il controllo, da risorsa, può trasformarsi in trappola.
Nella prospettiva strategica conosciamo bene questo fenomeno. Molte difficoltà psicologiche non vengono mantenute soltanto dal problema originario, ma dalle soluzioni che la persona mette ripetutamente in atto nel tentativo di risolverlo. Sono quelle che Giorgio Nardone definisce tentate soluzioni: comportamenti inizialmente sensati che, attraverso la loro ripetizione, finiscono per alimentare proprio ciò che vorrebbero eliminare.
Più temo l’incertezza, più cerco certezze. Più cerco certezze, più divento sensibile a ogni nuova incertezza. E più aumenta questa sensibilità, più avrò bisogno di nuove rassicurazioni. È dentro questa spirale che può inserirsi anche il ricorso alla cartomanzia.
Immaginiamo una persona che stia vivendo una relazione sentimentale incerta. L’altro si è allontanato, risponde meno, appare ambiguo. La domanda diventa quasi inevitabile: tornerà? Razionalmente, nessuno può saperlo. Dipenderà da una quantità enorme di variabili, prima fra tutte la libertà dell’altra persona. Ma proprio questa impossibilità di sapere può diventare emotivamente insopportabile. E allora si cerca una risposta. “Vedo ancora un legame.” “C’è un ostacolo, ma non è finita.” “Ci sarà un riavvicinamento.” Quelle parole producono immediatamente qualcosa di molto potente: non modificano la realtà, ma modificano temporaneamente l’angoscia nei confronti della realtà. Per qualche ora, forse per qualche giorno, l’incertezza sembra essersi ridotta.
È qui che nasce il possibile inganno psicologico. Non necessariamente quello prodotto intenzionalmente da chi legge le carte, ma quello costruito dal nostro stesso funzionamento mentale. Se un comportamento abbassa l’ansia, siamo naturalmente portati a ripeterlo. Il problema è che ogni volta che abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica cosa accadrà, rischiamo implicitamente di confermare a noi stessi una convinzione assai più pericolosa: non sono in grado di tollerare il fatto di non sapere. Così, paradossalmente, la rassicurazione che avrebbe dovuto renderci più sicuri può renderci progressivamente più fragili. La volta successiva basterà un dubbio più piccolo per farci tornare a chiedere.
Dietro il bisogno di conoscere il futuro c’è spesso qualcosa di più profondo: la difficoltà ad accettare il limite. Viviamo in una società che ci ha abituati all’idea che quasi tutto possa essere previsto, misurato, monitorato e corretto. Abbiamo applicazioni che ci dicono quanti passi abbiamo fatto, come abbiamo dormito, quale strada sarà più veloce, che tempo farà tra dieci giorni. Gli algoritmi tentano di anticipare cosa vorremo comprare, ascoltare o guardare. Abbiamo progressivamente aumentato la nostra capacità di controllo sulla realtà e, proprio per questo, rischiamo di tollerare sempre meno tutto ciò che continua a sottrarsi al controllo. Ma la parte forse più importante della nostra esistenza appartiene esattamente a questo territorio.