I lavori di ristrutturazione della Società Castelsenio sono finiti nel 2025 ma c’era da compiere un passo in più, il tocco d’artista: con questo obiettivo, peraltro non nuovo alla Contrada della Tartuca che già nel 2004 aveva inaugurato la nuova Società con opere d’arte all’interno dei saloni, ha chiamato Carlo Pizzichini a dare il tocco finale. Un vero e proprio pilastro che l’artista ha dipinto “per il cielo della Tartuca” in aggiunta alle due opere monocrome realizzate nel 2004.
Proposto dall’architetto tartuchino Riccardo Butini, il progetto nasce con l’obiettivo di valorizzare gli spazi contradaioli attraverso l’arte, trasformando un elemento architettonico in un segno distintivo, capace di arricchire il patrimonio visivo della città. Il legame tra Pizzichini e la Tartuca è consolidato: autore del drappellone vinto nel memorabile Palio del 3 luglio 1991, l’artista ha dal 2004 tre opere esposte nella Società. Con questo nuovo intervento, l’autore torna a intrecciare la propria ricerca artistica con l’identità della Contrada, contribuendo ad arricchirne gli spazi con un’opera destinata a durare nel tempo.
Pizzichini ha voluto scrivere una lettera alla Contrada che fosse compimento esplicativo della scelta artistica: “(…) Il pilastro si colloca davanti a due grandi campiture monocrome, una azzurra e una gialla. Queste due superfici, essenziali e luminose, costituiscono una sorta di orizzonte cromatico: due campi di energia pura, quasi due cieli paralleli che evocano i colori identitari della Contrada. Dentro questo spazio di colore si innesta il pilastro dipinto, che appare come un notturno verticale. Non è semplicemente un elemento decorativo: è un frammento di cielo che attraversa l’architettura (…). Il movimento dei segni diventa sempre più libero, quasi ascensionale, fino a raggiungere la parte alta del pilastro dove, come una scritta luminosa nel cielo della città, appare il celebre motivo dell’inno contradaiolo: “In alto Tartuca…” Qui la pittura diventa voce (…)”.
L’iniziativa si inserisce in una tradizione profondamente radicata nella cultura senese. Già nel Trecento, la Repubblica di Siena riconosceva il valore della bellezza come bene pubblico: nel Costituto del 1309, carta fondamentale dello Stato, si prescriveva a chi governava di avere “massimamente a cuore la bellezza della città, per diletto e allegrezza dei forestieri, e per l’onore, la prosperità e l’accrescimento della città e dei cittadini”. L’intervento di Pizzichini si colloca nel solco di questa visione, rinnovandone il significato in chiave contemporanea: l’arte come cura dello spazio condiviso, come gesto civile capace di coniugare memoria, appartenenza e futuro.
