Drappellone, don Morocutti critica la Madonna di Axente: “Un’iconografia ambigua, lontana dalla tradizione”

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Tra gli applausi che hanno accompagnato la presentazione del Drappellone e i giudizi positivi arrivati in questi giorni, si alza anche una voce critica. È quella di don Paolo Morocutti che, in un intervento pubblicato su Agensir, mette al centro non tanto il valore artistico dell’opera di Teodora Axente, quanto la rappresentazione della Madonna, giudicata distante dai canoni dell’iconografia mariana e dalla tradizione senese.

Il Drappellone per il Palio dell’Assunta del 16 agosto, dedicato alla Madonna e al quinto centenario della Battaglia di Camollia, era stato presentato nel Cortile del Podestà ricevendo un lungo applauso. Morocutti parte proprio dalle letture positive dell’opera e, in particolare, dai riferimenti alla “dolcezza del volto” della Vergine e alla “forza espressiva dello sguardo”, per proporre una distinzione tra giudizio estetico e lettura religiosa dell’immagine.

Sul primo aspetto, secondo il sacerdote, la valutazione non può che rimanere soggettiva. La composizione, il chiaroscuro, il manto azzurro, la presenza dei cherubini e il linguaggio metamorfico utilizzato da Axente appartengono al terreno della sensibilità personale. “Si può trovare suggestiva o respingente la torsione plastica della figura, l’intensità tenebrosa del fondo, la teatralità della luce”, scrive Morocutti, sottolineando come sul gusto artistico non possa esistere un giudizio unico.

La sua critica si concentra invece sul secondo livello, quello dell’iconografia mariana. Morocutti richiama la tradizione che dalle icone bizantine arriva alle Madonne di Simone Martini e Duccio di Buoninsegna e sostiene che il volto dipinto da Axente si discosti sensibilmente da quei riferimenti.

“Osservando l’immagine presentata, questi tratti appaiono clamorosamente assenti”, scrive riferendosi alla dolcezza del volto, alla delicatezza dello sguardo materno e alla femminilità attribuite dalla tradizione alla rappresentazione della Vergine.

Ancora più netto il passaggio dedicato direttamente alla Madonna del Drappellone: Morocutti parla di un volto “dai lineamenti spigolosi e dall’espressione algida quasi impassibile” e di uno sguardo che, a suo giudizio, non restituisce la dimensione materna propria dell’iconografia tradizionale. Ne deriverebbe “un’iconografia ambigua, quasi androgina”, distante dalla rappresentazione mariana storicamente consolidata.

Il sacerdote richiama quindi il valore teologico dell’arte sacra e il Concilio di Nicea II del 787 per sostenere che un’immagine religiosa non possa essere valutata esclusivamente attraverso i criteri della libertà artistica. Nella sua lettura, quando l’opera è destinata a un contesto di devozione pubblica, entra in gioco anche la riconoscibilità religiosa del soggetto rappresentato.

Da qui la conclusione, altrettanto critica. Morocutti lascia “aperto e plurale” il giudizio sul valore pittorico del lavoro di Teodora Axente, ma considera “un’infedeltà non trascurabile” l’assenza, da lui riscontrata, di dolcezza e femminilità nel volto della Vergine rispetto al canone mariano.